GENOVA - E chi lo ha detto che la Sampdoria sarebbe stata solo a guardare? Dopo aver rilevato dalla Fiorentina la metà di Nikola Gulan e l’intero cartellino di Christian Maggio, i blucerchiati hanno messo a segno un’altra operazione di mercato in prospettiva, assicurandosi in prestito, con diritto di riscatto della metà, Stefano Scappini, promettente centravanti della Ternana, uno tra i migliori giovani della Serie C1.
Perugino classe 1988, vent’anni da compiere sabato prossimo, destro naturale, in questa stagione ha segnato 2 gol in 16 partite disputate con quella maglia rossoverde che lo ha visto crescere. Scappini andrà così a rinforzare il reparto offensivo della Primavera blucerchiata di Fulvio Pea - che mercoledì prossimo affronterà i paraguayani del Guarani nella prima giornata del girone eliminatorio del Torneo di Viareggio - e non è escluso che, vista l’imminente partenza di Caracciolo (per lui, Brescia o Reggina), possa spesso essere aggregato alla prima squadra.
Stessa sorte dovrebbe capitare anche a Nicola Ferrari, attaccante della Beretti del Sassuolo, classe ’89, che è stato ingaggiato, anch’egli in prestito con diritto di riscatto, dalla formazione modenese.
Federico Berlingheri
(Goal.com, 27 gennaio 2008)
domenica 27 gennaio 2008
venerdì 25 gennaio 2008
Enrico Chiesa, l'ex pivello sul Sunset Boulevard
Con un intero girone d’andata appena concluso, vedere che Enrico Chiesa, un tipo da 138 reti in Serie A, quarto miglior cannoniere in attività dopo Totti, Del Piero e Montella, abbia ancora uno zero alla voce “gol segnati” suona strano, parecchio strano. Così come suona strano, parecchio strano che a quella “minuti giocati” compaia a tutt’oggi un deprimente e malinconico 62.
Sarà l'età che avanza imperterrita - lo scorso 29 dicembre ha compiuto trentasette anni -, saranno le incomprensioni tecnico-tattiche con Mandolini prima e col rientrante Beretta poi, sarà l'abitudine alla panchina o - assai di sovente - alle poltroncine della tribuna. Fatto sta che, al suo quinto anno a Siena, non è mistero che il più forte calciatore ligure di tutti i tempi - il quale, ovunque abbia giocato, di gol ne ha sempre fatti a caterve - stia attraversando il periodo più buio e nefasto della sua carriera.
A secco dal 9 aprile di due campionati fa (Siena-Lazio 2-3), sembra trascorsa una vita intera da quella magica stagione da Re Mida blucerchiato, in cui quel bravo centravanti di Mignanego, cresciuto nel Pontedecimo e reduce da due buone annate a Modena (Serie B) e Cremona (Serie A), esplose letteralmente, consacrandosi campione, agli ordini di Sven-Göran Eriksson e al fianco di Roberto Mancini. Correva l'anno 1995-96 ed Enrico Chiesa, classe 1970, non era più un ragazzino. Mancavano poco più di tre settimane al suo venticinquesimo compleanno quando, il 3 dicembre '95, al “San Nicola” di Bari, segnò i suoi primi centri stagionali, la sua prima tripletta in maglia doriana. Era la dodicesima giornata. Fino ad allora, il numero 20 genovese era rimasto a secco, ma da quel felice pomeriggio non si fermò più. Di lì alla fine, entrò infatti nel tabellino dei marcatori in altre diciannove occasioni, tanto che, in totale, i centri furono 22 in 27 partite: una media-gol spaventosa.
Destro, sinistro, di testa, al volo, da fuori area, di rapina, di classe: il fornitissimo repertorio del tanto rapido quanto potente attaccante blucerchiato parlava chiaro. Era nata una stella nel firmamento del calcio italiano, astro che attirò su di sé le attenzioni di molti, in particolare quelle del Parma dei Tanzi. Dopo quell'unico, strepitoso campionato - avaro di traguardi europei per il Doria ma allietato sul piano personale dalla convocazione al britannico Euro '96 - Chiesa partì subito alla volta della città di Maria Luigia in cambio di parecchi miliardi di lire.
Ma, ancora oggi, i suoi 22 gol e soprattutto le memorabili doppiette rifilate a Juve, Inter e Milan - che fruttarono un tris di esaltanti vittorie - restano magie, prodezze indelebili negli occhi e nei cuori dei sampdoriani, che quel pivello di Mignanego lo avevano visto esordire in A, appena maggiorenne, il 16 aprile '89 (Roma-Samp 1-0) e gonfiare per la prima volta la rete, a Marassi, nel 3-1 sull'Ancona del 7 febbraio '93. Domani, proprio tra i quattro torrioni rosso scarlatto del “Ferraris”, l’oramai trentasettenne Enrico Chiesa rischiano invece di non trovarselo proprio. E forse, in campo, con gli scarpini tacchettati ai piedi, non lo ritroveranno mai. Anche perché - come insegnano Elio e le Storie Tese - il viale del tramonto si percorre a piedi nudi.
Federico Berlingheri
(Goal.com, 25 gennaio 2008)
Sarà l'età che avanza imperterrita - lo scorso 29 dicembre ha compiuto trentasette anni -, saranno le incomprensioni tecnico-tattiche con Mandolini prima e col rientrante Beretta poi, sarà l'abitudine alla panchina o - assai di sovente - alle poltroncine della tribuna. Fatto sta che, al suo quinto anno a Siena, non è mistero che il più forte calciatore ligure di tutti i tempi - il quale, ovunque abbia giocato, di gol ne ha sempre fatti a caterve - stia attraversando il periodo più buio e nefasto della sua carriera.
A secco dal 9 aprile di due campionati fa (Siena-Lazio 2-3), sembra trascorsa una vita intera da quella magica stagione da Re Mida blucerchiato, in cui quel bravo centravanti di Mignanego, cresciuto nel Pontedecimo e reduce da due buone annate a Modena (Serie B) e Cremona (Serie A), esplose letteralmente, consacrandosi campione, agli ordini di Sven-Göran Eriksson e al fianco di Roberto Mancini. Correva l'anno 1995-96 ed Enrico Chiesa, classe 1970, non era più un ragazzino. Mancavano poco più di tre settimane al suo venticinquesimo compleanno quando, il 3 dicembre '95, al “San Nicola” di Bari, segnò i suoi primi centri stagionali, la sua prima tripletta in maglia doriana. Era la dodicesima giornata. Fino ad allora, il numero 20 genovese era rimasto a secco, ma da quel felice pomeriggio non si fermò più. Di lì alla fine, entrò infatti nel tabellino dei marcatori in altre diciannove occasioni, tanto che, in totale, i centri furono 22 in 27 partite: una media-gol spaventosa.
Destro, sinistro, di testa, al volo, da fuori area, di rapina, di classe: il fornitissimo repertorio del tanto rapido quanto potente attaccante blucerchiato parlava chiaro. Era nata una stella nel firmamento del calcio italiano, astro che attirò su di sé le attenzioni di molti, in particolare quelle del Parma dei Tanzi. Dopo quell'unico, strepitoso campionato - avaro di traguardi europei per il Doria ma allietato sul piano personale dalla convocazione al britannico Euro '96 - Chiesa partì subito alla volta della città di Maria Luigia in cambio di parecchi miliardi di lire.
Ma, ancora oggi, i suoi 22 gol e soprattutto le memorabili doppiette rifilate a Juve, Inter e Milan - che fruttarono un tris di esaltanti vittorie - restano magie, prodezze indelebili negli occhi e nei cuori dei sampdoriani, che quel pivello di Mignanego lo avevano visto esordire in A, appena maggiorenne, il 16 aprile '89 (Roma-Samp 1-0) e gonfiare per la prima volta la rete, a Marassi, nel 3-1 sull'Ancona del 7 febbraio '93. Domani, proprio tra i quattro torrioni rosso scarlatto del “Ferraris”, l’oramai trentasettenne Enrico Chiesa rischiano invece di non trovarselo proprio. E forse, in campo, con gli scarpini tacchettati ai piedi, non lo ritroveranno mai. Anche perché - come insegnano Elio e le Storie Tese - il viale del tramonto si percorre a piedi nudi.
Federico Berlingheri
(Goal.com, 25 gennaio 2008)
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C'eravamo tanto amati
Colpo Samp: preso Gulan
GENOVA - Ha i capelli nero corvino, il viso lungo e scarno ed un mancino à la Mihajlovic. Si chiama Nikola Gulan, diciannove anni da compiere il prossimo 23 marzo, il nono calciatore serbo nella storia della Sampdoria. Il giovane e duttile centrocampista mancino scuola Partizan Belgrado, è stato infatti acquistato dai blucerchiati in compartecipazione dalla Fiorentina.
Erano stati i viola, lo scorso giugno, a strapparlo alla seconda squadra della capitale serba, sborsando 2,8 milioni di euro in seguito ad un testa a testa col Palermo; ma le vigenti norme sugli extracomunitari avevano impedito ai Della Valle di tesserarlo. Ora, dopo averlo lasciato per la prima parte di stagione parcheggiato ai bianconeri di Miroslav Dukić, la Fiorentina ha deciso di portarlo in Italia - dove si allena da qualche settimana agli ordini di Prandelli -, trovando nella Sampdoria uno scaltro e prezioso alleato.
Classe 1989, colonna delle nazionali giovanili del suo paese, un metro e 83 centimetri per 73 chili, Gulan è un mediano difensivo, un regista che si definisce nelle caratteristiche molto simile ad Andrea Pirlo, capace però, all’occorrenza, di agire pure sulla corsia di sinistra.
Federico Berlingheri
Erano stati i viola, lo scorso giugno, a strapparlo alla seconda squadra della capitale serba, sborsando 2,8 milioni di euro in seguito ad un testa a testa col Palermo; ma le vigenti norme sugli extracomunitari avevano impedito ai Della Valle di tesserarlo. Ora, dopo averlo lasciato per la prima parte di stagione parcheggiato ai bianconeri di Miroslav Dukić, la Fiorentina ha deciso di portarlo in Italia - dove si allena da qualche settimana agli ordini di Prandelli -, trovando nella Sampdoria uno scaltro e prezioso alleato.
Classe 1989, colonna delle nazionali giovanili del suo paese, un metro e 83 centimetri per 73 chili, Gulan è un mediano difensivo, un regista che si definisce nelle caratteristiche molto simile ad Andrea Pirlo, capace però, all’occorrenza, di agire pure sulla corsia di sinistra.
Federico Berlingheri
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Sampdoria
mercoledì 23 gennaio 2008
Promossi & Bocciati di Sampdoria-Roma (Tim Cup)
Franceschini: Un leone in linea mediana. Non segnerà con la stessa, altissima frequenza della scorsa stagione - 6 centri in 44 partite totali -, ma dà un enorme contribuito di energia e dinamismo al centrocampo blucerchiato. Piacevolissima conferma. Voto 7+
Ziegler: Prima frazione col freno a mano tirato, ripresa più arrembante e al tempo stesso attenta. Finalmente, per la prima volta in questa stagione, l’elvetico Reto convince a pieni voti e si toglie pure la soddisfazione di segnare la sua seconda - bellissima - rete in maglia doriana, la prima sotto la Sud. Voto 7
Mancini: Unico romanista in grado di tenere in costante apprensione l’attenta retroguardia blucerchiata, malgrado con l’argentino Campagnaro (una forza della natura. Voto 7) non abbia vita facile. Anzi. Dopo l’uscita di Hugo, però, il verdeoro Amantino si scatena: corre, dribbla, serve l’assist vincente a Vucinic e si mangia il sorpasso allo scadere. Voto 7--
Cassano: Ci teneva un sacco a far bella figura: contro il suo passato, contro chi l’aveva pagato moneta sonante, chi l’aveva accolto e coccolato, gli aveva voluto bene ed oggi - come un amante tradito - non fa altro che stigmatizzarne gli errori piuttosto che apprezzarne la ritrovata vena. Il Giamburrasca di Barivecchia riesce nell’intento, gioca - al solito - con divina naturalezza, ma la voglia di strafare non gli permette di incidere come spesso gli capita. Voto 6,5
Vucinic: Per più di un’ora, Lucchini (monumentale fino all’azione del gol giallorosso; monumento - impietrito - proprio in quel frangente. Voto 6) non gli fa beccare palla, poi trova un’autostrada libera e va a segnare un 1-1 preziosissimo in chiave qualificazione. Voto 6,5
Curci: Insicuro e poco preciso nei rilanci, non pare esente da colpe sul fendente mancino di Ziegler. Prima di chiedere spazi e attenzioni, dovrebbe rispondere sul campo ogniqualvolta chiamato in causa. Voto 5,5
Zenoni&Maggio: Pasticciano in tandem nell'occasione del pareggio ospite, regalando a Mancini la palla che poi giungerà al goleador Vucinic. Malissimo il primo, maluccio il secondo entrato a metà ripresa. Serataccia sulla corsia di destra del Doria. Voto 5
Mexes: Minuto 9: Campagnaro lo salta e lui lo stende. Minuto 18: Cassano lo uccella e lui lo stende. Due ingenuità, due gialli in nove giri d'orologio che gli costano una doccia anticipata di parecchio e la "palma" di asino della contesa. Voto 4
Federico Berlingheri
(Goal.com, 23 gennaio 2008)
Ziegler: Prima frazione col freno a mano tirato, ripresa più arrembante e al tempo stesso attenta. Finalmente, per la prima volta in questa stagione, l’elvetico Reto convince a pieni voti e si toglie pure la soddisfazione di segnare la sua seconda - bellissima - rete in maglia doriana, la prima sotto la Sud. Voto 7
Mancini: Unico romanista in grado di tenere in costante apprensione l’attenta retroguardia blucerchiata, malgrado con l’argentino Campagnaro (una forza della natura. Voto 7) non abbia vita facile. Anzi. Dopo l’uscita di Hugo, però, il verdeoro Amantino si scatena: corre, dribbla, serve l’assist vincente a Vucinic e si mangia il sorpasso allo scadere. Voto 7--
Cassano: Ci teneva un sacco a far bella figura: contro il suo passato, contro chi l’aveva pagato moneta sonante, chi l’aveva accolto e coccolato, gli aveva voluto bene ed oggi - come un amante tradito - non fa altro che stigmatizzarne gli errori piuttosto che apprezzarne la ritrovata vena. Il Giamburrasca di Barivecchia riesce nell’intento, gioca - al solito - con divina naturalezza, ma la voglia di strafare non gli permette di incidere come spesso gli capita. Voto 6,5
Vucinic: Per più di un’ora, Lucchini (monumentale fino all’azione del gol giallorosso; monumento - impietrito - proprio in quel frangente. Voto 6) non gli fa beccare palla, poi trova un’autostrada libera e va a segnare un 1-1 preziosissimo in chiave qualificazione. Voto 6,5
Curci: Insicuro e poco preciso nei rilanci, non pare esente da colpe sul fendente mancino di Ziegler. Prima di chiedere spazi e attenzioni, dovrebbe rispondere sul campo ogniqualvolta chiamato in causa. Voto 5,5
Zenoni&Maggio: Pasticciano in tandem nell'occasione del pareggio ospite, regalando a Mancini la palla che poi giungerà al goleador Vucinic. Malissimo il primo, maluccio il secondo entrato a metà ripresa. Serataccia sulla corsia di destra del Doria. Voto 5
Mexes: Minuto 9: Campagnaro lo salta e lui lo stende. Minuto 18: Cassano lo uccella e lui lo stende. Due ingenuità, due gialli in nove giri d'orologio che gli costano una doccia anticipata di parecchio e la "palma" di asino della contesa. Voto 4
Federico Berlingheri
(Goal.com, 23 gennaio 2008)
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Promossi e Bocciati
Bora Tonetto
Calmo, posato, riflessivo. Atleta esemplare, persona seria, riservata, mai una parola fuori posto. Barbara, Nicole, Mattia - la famiglia -, il calcio - il lavoro - e il computer - la passione che sarebbe potuta diventare mestiere dopo gli studi da programmatore. Il classico anti-divo che tutto sembra fuorché un giocatore di football del Terzo Millennio. Max Tonetto, trentatreenne esterno mancino della Roma, si trasforma una volta messi gli scarpini ai piedi: la pacatezza al di fuori del prato verde, della vita di tutti i giorni, si fa da parte e lascia posto, per poco più di novanta minuti, alla furia, all'impeto perpetuo e costante di quelle sue ficcanti sgroppate sulla corsia di sinistra. Veloce, forte, travolgente, come la Bora che soffia a nordest, dalle sue parti.
Nell'estate del 2004, in punta di piedi e a costo zero dal Lecce di Delio Rossi, quel triestino che si stava avvicinando alla trentina arrivò al Doria, accompagnato da qualche scetticismo di troppo. Allora, ai più, il nome Tonetto non solleticava alcuna fantasia, anzi: non diceva proprio nulla. Discreto mancino, discreto curriculum tra A e B - che pareva aver toccato il culmine con l'effimero ingresso nell'orbita-Milan alla fine degli anni '90 -, una carriera avviata oramai ad un tranquillo epilogo, magari con un ruolo da comprimario. Niente di più. Il duttile terzino, che aveva sfiorato il blucerchiato all'epoca di Luciano Spalletti, sembrava infatti rientrare a pieno titolo in quella garroniana politica societaria degli acquisti a parametro zero, di secondo piano, da squadre di medio-bassa classifica, destinati a scampoli di carriera o poco altro. In realtà, nel biennio doriano, Tonetto sovvertì i pronostici e, convincendo anche il più mugugnone dei tifosi, divenne un punto fermo, una pedina inamovibile nello scacchiere di Walter Novellino. Coperto in difesa dall'emergente Pisano, il mister di Montemarano, fin dai primi giorni del ritiro di Moena, dirottò l'eclettico Max sulla linea dei centrocampisti: quarto di sinistra, posizione rivestita in passato, in mediane a 5, ma mai in un 4-4-2. L'intuizione dolomitica si rivelò felice, andò oltre le più rosee previsioni. Una forma fisica eccellente abbinata ad un rendimento altissimo consentirono al mancino friulano di disputare le migliori stagioni di sempre, di finire nel novero dei migliori esterni italiani e di segnare addirittura 8 gol - tutti di pregevole fattura - in due campionati - quasi quanti ne aveva realizzati negli antecedenti dodici da professionista.
Al termine di un finale di 2005-06 deprimente per la squadra ed in leggero calo sul piano personale, non trovato l'accordo per il rinnovo con i dirigenti blucerchiati e svincolato nuovamente, Tonetto finì alla Roma di Spalletti - suo tecnico a Empoli - dove oggi, tornato alle origini di terzino, conquistato l’azzurro - l’esordio lo scorso 2 giugno contro le Fær Øer - e una Coppa Italia, continua a spingere, spirare ancora, più forte di prima. Come la Bora dalle sue parti.
Federico Berlingheri
Nell'estate del 2004, in punta di piedi e a costo zero dal Lecce di Delio Rossi, quel triestino che si stava avvicinando alla trentina arrivò al Doria, accompagnato da qualche scetticismo di troppo. Allora, ai più, il nome Tonetto non solleticava alcuna fantasia, anzi: non diceva proprio nulla. Discreto mancino, discreto curriculum tra A e B - che pareva aver toccato il culmine con l'effimero ingresso nell'orbita-Milan alla fine degli anni '90 -, una carriera avviata oramai ad un tranquillo epilogo, magari con un ruolo da comprimario. Niente di più. Il duttile terzino, che aveva sfiorato il blucerchiato all'epoca di Luciano Spalletti, sembrava infatti rientrare a pieno titolo in quella garroniana politica societaria degli acquisti a parametro zero, di secondo piano, da squadre di medio-bassa classifica, destinati a scampoli di carriera o poco altro. In realtà, nel biennio doriano, Tonetto sovvertì i pronostici e, convincendo anche il più mugugnone dei tifosi, divenne un punto fermo, una pedina inamovibile nello scacchiere di Walter Novellino. Coperto in difesa dall'emergente Pisano, il mister di Montemarano, fin dai primi giorni del ritiro di Moena, dirottò l'eclettico Max sulla linea dei centrocampisti: quarto di sinistra, posizione rivestita in passato, in mediane a 5, ma mai in un 4-4-2. L'intuizione dolomitica si rivelò felice, andò oltre le più rosee previsioni. Una forma fisica eccellente abbinata ad un rendimento altissimo consentirono al mancino friulano di disputare le migliori stagioni di sempre, di finire nel novero dei migliori esterni italiani e di segnare addirittura 8 gol - tutti di pregevole fattura - in due campionati - quasi quanti ne aveva realizzati negli antecedenti dodici da professionista.
Al termine di un finale di 2005-06 deprimente per la squadra ed in leggero calo sul piano personale, non trovato l'accordo per il rinnovo con i dirigenti blucerchiati e svincolato nuovamente, Tonetto finì alla Roma di Spalletti - suo tecnico a Empoli - dove oggi, tornato alle origini di terzino, conquistato l’azzurro - l’esordio lo scorso 2 giugno contro le Fær Øer - e una Coppa Italia, continua a spingere, spirare ancora, più forte di prima. Come la Bora dalle sue parti.
Federico Berlingheri
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C'eravamo tanto amati
venerdì 18 gennaio 2008
Genova e Olivera: storia di un amore mai sbocciato
Prima i tifosi sampdoriani e Walter Novellino, poi la piazza rossoblù ed Enrico Preziosi in prima persona. Prima vivacchiando per un’intera stagione - la scorsa - in blucerchiato, poi nicchiando ai limiti della sopportazione su un possibile trasferimento alla corte di Gian Piero Gasperini e mandando su tutte le furie il numero uno del Grifone. Insomma: Rubén Ariel Da Rosa Olivera, sotto la Lanterna, è riuscito a scontentare un po’ tutti.
Fino a qualche settimana fa, il fantasista - o esterno? - uruguayano con un recente passato al Doria, panchinaro cronico nella Juventus da ieri in prestito al Peñarol, sembrava infatti in predicato di essere ceduto al Genoa nell’ambito dell’affaire-Criscito e passare così, nel giro di qualche mese, da una parte all’altra della barricata. A Villa Rostan, d’altronde, davano già tutto per fatto e scontato: per il Pollo, a dispetto del soprannome e dell’età tutt’altro che un bollito - l’anagrafe, ma forse solo quella, pare ancora dalla sua: è dell’83 -, si prevedeva già una possibile rinascita; in quel di Pegli si auspicava di rigenerarlo e di ripetere con lui un’operazione in stile-Borriello, bocciato ex doriano esploso letteralmente al cospetto della Gradinata Nord. Invece, per ragioni ancora poco chiare - si mormora di non ben definiti “giochi sporchi” da parte del procuratore connazionale del calciatore, quel Paco Casal che ha preferito accasarlo in patria -, non se n’è fatto nulla.
E forse - ai genoani - è andata bene così. Del resto, le 20 presenze in campionato più le 5 in Coppa Italia, per un totale di 1099 minuti giocati - male - con la maglia del Doria numero 8 non lasciavano presagire nulla di buono. Anzi. Anarchia mentale e tattica pressoché totale, lanci e passaggi a dir poco sconclusionati, tiri in porta - si fa per dire - velleitari e dissennati, ma soprattutto svogliate, indolenti trotterellate per il campo: dalle medie voto dei tabellini il calvo centrocampista di Montevideo risultò come uno dei peggiori - se non addirittura il peggiore - tra i nuovi acquisti della Serie A 2006-07, talmente flop dei flop che su di lui e sulle sue “gesta” blucerchiate si sarebbe potuto scrivere un manuale. Il titolo? Beh: “Come passare in pochi mesi da papabile uomo in più, in grado di elevare il tasso tecnico di una squadra a vera e propria palla al piede”. E, a proposito di piedi, auguriamoci che Rubén Ariel Da Rosa Olivera detto Pollo, a Genova, non ne metta manco più uno.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 18 gennaio 2008)
Fino a qualche settimana fa, il fantasista - o esterno? - uruguayano con un recente passato al Doria, panchinaro cronico nella Juventus da ieri in prestito al Peñarol, sembrava infatti in predicato di essere ceduto al Genoa nell’ambito dell’affaire-Criscito e passare così, nel giro di qualche mese, da una parte all’altra della barricata. A Villa Rostan, d’altronde, davano già tutto per fatto e scontato: per il Pollo, a dispetto del soprannome e dell’età tutt’altro che un bollito - l’anagrafe, ma forse solo quella, pare ancora dalla sua: è dell’83 -, si prevedeva già una possibile rinascita; in quel di Pegli si auspicava di rigenerarlo e di ripetere con lui un’operazione in stile-Borriello, bocciato ex doriano esploso letteralmente al cospetto della Gradinata Nord. Invece, per ragioni ancora poco chiare - si mormora di non ben definiti “giochi sporchi” da parte del procuratore connazionale del calciatore, quel Paco Casal che ha preferito accasarlo in patria -, non se n’è fatto nulla.
E forse - ai genoani - è andata bene così. Del resto, le 20 presenze in campionato più le 5 in Coppa Italia, per un totale di 1099 minuti giocati - male - con la maglia del Doria numero 8 non lasciavano presagire nulla di buono. Anzi. Anarchia mentale e tattica pressoché totale, lanci e passaggi a dir poco sconclusionati, tiri in porta - si fa per dire - velleitari e dissennati, ma soprattutto svogliate, indolenti trotterellate per il campo: dalle medie voto dei tabellini il calvo centrocampista di Montevideo risultò come uno dei peggiori - se non addirittura il peggiore - tra i nuovi acquisti della Serie A 2006-07, talmente flop dei flop che su di lui e sulle sue “gesta” blucerchiate si sarebbe potuto scrivere un manuale. Il titolo? Beh: “Come passare in pochi mesi da papabile uomo in più, in grado di elevare il tasso tecnico di una squadra a vera e propria palla al piede”. E, a proposito di piedi, auguriamoci che Rubén Ariel Da Rosa Olivera detto Pollo, a Genova, non ne metta manco più uno.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 18 gennaio 2008)
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C'eravamo tanto amati
Sala, un insolito goleador
GENOVA - Gigi Sala bomber di Coppa. Sembrerebbe uno scherzo, una burla carnevalesca in anticipo sul calendario ma si tratta della verità. Mai in gol in 65 gare blucerchiate disputate sino ad oggi in campionato, il difensore di Mariano Comense le sue finora uniche reti doriane le ha segnate proprio in Coppa Italia, in sole 11 presenze complessive. Se la seconda - e ad oggi ultima -, realizzata mercoledì sera nella goleada rifilata al Cagliari, è storia assai recente, la prima risale a quasi un anno fa, esattamente al 10 gennaio 2007, quando, con una zampata al 21’ del primo tempo, decise la gara d’andata dei quarti di finale vinta contro il Chievo.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 18 gennaio 2008)
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 18 gennaio 2008)
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