La scuola del vecchio Vujadin Boskov deve aver funzionato piuttosto bene. Non a caso, parecchi dei suoi ex campioni, che nel corso degli anni 80-90 resero grande la Sampdoria, sono divenuti allenatori di successo e di fama internazionale. Se per alcuni - Mancini, Vialli, Vierchowod, Lombardo e Víctor Muñoz - in attesa di nuove sistemazioni sono tempi di riflessione e aggiornamento, altri restano sulla cresta dell’onda. È il caso di Gianni Invernizzi, neotecnico del Bogliasco; di Toninho Cerezo che continua l'avventura a Dubai nell'Al Shabab; o di Alexei Mikhailichenko, ormai da più di un anno commissario tecnico dell'Ucraina. Oppure di altri due ex blucerchiati di quel periodo d'oro che proprio nelle ultime ore hanno trovato panchine importanti: Srečko Katanec e Dario Bonetti. Il tecnico sloveno, doriano dall'89 al '94 (119 presenze e 16 reti), è stato chiamato ad allenare la nazionale degli Emirati Arabi Uniti; l’ex difensore bresciano, fratello di Ivano e autore di 49 partite alla Samp, ha firmato un contratto biennale con i rumeni della Dinamo Bucarest.
(Sampdoria.it, 23 giugno 2009)
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martedì 23 giugno 2009
sabato 28 marzo 2009
Montenegro-Italia, tra doriani ed ex c'è anche Zoran Filipovic
Blucerchiati di oggi (Palombo e Pazzini), risaputi blucerchiati di ieri (Quagliarella, Lippi, Pezzotti e Bordon). Ma questa sera a Podgorica, in occasione della sfida verso Sudafrica 2010 tra Montenegro e Italia ci sarà un altro tassellino di storia della Sampdoria, forse sconosciuto ai più. Ad allenare la neonata selezione balcanica è infatti una vecchia conoscenza doriana. Si tratta di Zoran Filipovic, 56enne c.t. montegrino ed ex bandiera della Stella Rossa Anni 70, il quale nella stagione 1997-98 affiancò Vujadin Boskov alla direzione tecnica dei blucerchiati.
Il 12 novembre del ’97 il vecchio Vuja e il suo collaboratore vennero chiamati dall’allora presidente Enrico Mantovani in sostituzione di César Luis Menotti, el Flaco esonerato qualche ora prima. Il duo jugoslavo traghettò il Doria ad un onorevole ottavo posto finale e, a causa di una squalifica di Boskov, il vice Filipovic si tolse pure la soddisfazione di collezionare una panchina in occasione di Bari-Sampdora del 22 marzo ’98, 0-1 blucerchiato firmato Vincenzo Montella.
Federico Berlingheri
Il 12 novembre del ’97 il vecchio Vuja e il suo collaboratore vennero chiamati dall’allora presidente Enrico Mantovani in sostituzione di César Luis Menotti, el Flaco esonerato qualche ora prima. Il duo jugoslavo traghettò il Doria ad un onorevole ottavo posto finale e, a causa di una squalifica di Boskov, il vice Filipovic si tolse pure la soddisfazione di collezionare una panchina in occasione di Bari-Sampdora del 22 marzo ’98, 0-1 blucerchiato firmato Vincenzo Montella.
Federico Berlingheri
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mercoledì 18 marzo 2009
Mascarinho delle prodezze
Da Meroni a Cassano, passando per Chiorri, Mancini, Pato Aguilera, Ortega e Flachi. Nella storia più o meno recente del calcio genovese, le storie di grandi e meno grandi dai piedi magici e raffinati accompagnati da caratterini poco inclini al conformismo e scarsamente avvezzi ad abbassare occhi e orecchie abbondano a dismisura. Dalle aspre e sassose colline del Ragusano che circondano Comiso, partì quella di un peperino da cineteca, il centravanti-spettacolo delle ultime settimane, uno che proprio a Genova approdò sì ma al momento sbagliato. Stiamo parlando di Giuseppe Mascara, un giorno detto Topolinik, oggi per tutti Mascarinho. Prima la prodezza da metà-campo nello storico derby col Palermo, poi un’altra da 39 metri al “Friuli”, domenica contro l’Udinese. Prima Amelia e poi Belardi letteralmente uccellati da due geniali capolavori di balistica che a questo folletto rossazzurro alle soglie dei 30 anni hanno impreziosito e - perché no? - cambiato la carriera.
Una carriera altalenante la sua, sempre all’insegna dei colpi ad effetto e delle intemperanze caratteriali, spesa più che altro in serie minori e tutta sui bollenti campi di quella che un tempo era la Magna Grecia. Tutta tranne - appunto - una fulminea puntatina al Nord, in un Genoa dallacostiano, sgangherato e bisognoso di liquidi, presentatosi sul mercato del gennaio 2003 con l'incombenza di cedere. Successe infatti che Marco Carparelli andò ad Empoli mentre Paul Codrea finì al Palermo. Dal capoluogo siciliano spedirono in cambio proprio Mascara, seconda punta tecnica, spettacolare e dalla giocata sempre in canna ma al tempo stesso suscettibile e impulsiva, reduce oltretutto da un grave infortunio e afflitta da numerose noie muscolari. Nel Grifone dell'accoppiata Torrente-Lavezzini, l’attaccante di Caltagirone riuscì a combinare ben poco: quasi sempre panchinaro, a fine stagione furono soltanto 13 le presenze racimolate e due, entrambi su rigore, i gol realizzati.
Due gol inutili, che a nulla valsero per evitare la seconda, mesta retrocessione in Serie C della storia del Grifone, passato nel frattempo nelle mani di Enrico Preziosi. Nella caldissima estate del 2003, il Genoa tornò però ad esultare: i rossoblù vennero infatti ripescati in seguito al caso-Catania e all'allargamento del campionato cadetto a 24 squadre. Un altro caso, quello che gli antichi chiamavano Fato, volle invece che il “nervoso” Mascara chiudesse ben presto l'esperienza genoana e finisse proprio al Catania, squadra della sua città, dove oggi - dopo aver riportato gli etnei in A dopo 22 anni di assenza, e nonostante le tre espulsioni più le sette ammonizioni nell’anno di esordio in massima serie - è leader indiscusso e bomber da cineteca. Anche perché, maturato e prossimo alla trentina, Mascarinho pare proprio aver messo la testa a posto.
Federico Berlingheri
(il Giornale, 18 marzo 2009)
Una carriera altalenante la sua, sempre all’insegna dei colpi ad effetto e delle intemperanze caratteriali, spesa più che altro in serie minori e tutta sui bollenti campi di quella che un tempo era la Magna Grecia. Tutta tranne - appunto - una fulminea puntatina al Nord, in un Genoa dallacostiano, sgangherato e bisognoso di liquidi, presentatosi sul mercato del gennaio 2003 con l'incombenza di cedere. Successe infatti che Marco Carparelli andò ad Empoli mentre Paul Codrea finì al Palermo. Dal capoluogo siciliano spedirono in cambio proprio Mascara, seconda punta tecnica, spettacolare e dalla giocata sempre in canna ma al tempo stesso suscettibile e impulsiva, reduce oltretutto da un grave infortunio e afflitta da numerose noie muscolari. Nel Grifone dell'accoppiata Torrente-Lavezzini, l’attaccante di Caltagirone riuscì a combinare ben poco: quasi sempre panchinaro, a fine stagione furono soltanto 13 le presenze racimolate e due, entrambi su rigore, i gol realizzati.
Due gol inutili, che a nulla valsero per evitare la seconda, mesta retrocessione in Serie C della storia del Grifone, passato nel frattempo nelle mani di Enrico Preziosi. Nella caldissima estate del 2003, il Genoa tornò però ad esultare: i rossoblù vennero infatti ripescati in seguito al caso-Catania e all'allargamento del campionato cadetto a 24 squadre. Un altro caso, quello che gli antichi chiamavano Fato, volle invece che il “nervoso” Mascara chiudesse ben presto l'esperienza genoana e finisse proprio al Catania, squadra della sua città, dove oggi - dopo aver riportato gli etnei in A dopo 22 anni di assenza, e nonostante le tre espulsioni più le sette ammonizioni nell’anno di esordio in massima serie - è leader indiscusso e bomber da cineteca. Anche perché, maturato e prossimo alla trentina, Mascarinho pare proprio aver messo la testa a posto.
Federico Berlingheri
(il Giornale, 18 marzo 2009)
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giovedì 5 marzo 2009
La "riscalata" di Puggioni
Ma quant’è dura la salita. Christian Puggioni ne sa qualcosa. Non fa lo scalatore, non è ciclista, né alpinista e neanche maratoneta alla Gianni Morandi. Christian di mestiere fa il portiere, è genovese, lo scorso gennaio ha compiuto 28 anni, s’è appena iscritto a Giurisprudenza e attualmente è il numero 1 della Reggina di Nevio Orlandi. Ora ce l’ha fatta, para in Serie A, sta sfruttando al meglio la chance da titolare che qualche acciacco di troppo di Campagnolo gli ha consegnato tra le mani. Ma di strada Puggioni ne ha fatta tanta, irta, ostica, affannosa: dalle nazionali giovanili alla disoccupazione fino ad arrivare al palcoscenico più importante il passo è stato tutt’altro che breve per questo ragazzone nato a Genova da papà sardo e mamma ligure e cresciuto nelle giovanili della Sampdoria.
All’ombra di gente del calibro di Pagliuca, Zenga, Ferron e Sereni il promettente portierino di scuola-Baiardo si fece tutta la trafila in blucerchiato, dai Pulcini fino alle soglie della prima squadra, a cavallo del Nuovo Millennio. Nel ’99-00, collezionò soltanto una panchina, a Marassi contro il Napoli - finì 0-2 per gli allora partenopei di Novellino -, col numero 24 sulle schiena. Anche a causa di quella sciagurata sconfitta, al termine del campionato, il Doria di Ventura restò in Serie B mentre il 19enne Christian fu mandato a Varese, in C1, a fare la classica gavetta.
Con Mario Beretta in panchina e Stefano Sorrentino davanti nelle gerarchie, l’estremo difensore genovese assaggiò il campo in una sola occasione. Tornato alla casa madre, Puggioni dovette fare i conti con la drammatica temperie blucerchiata di quel periodo: la Samp - che versava in condizioni economiche disastrose e s’iscrisse in extremis al campionato - decise di non tesserarlo quale professionista. Svanì un sogno per Christian, che appiedato e padrone del proprio destino-cartellino partì alla volta di Borgomanero, retrocedendo di due categorie rispetto all’avventura varesina.
Tra i Dilettanti, le sue qualità emersero appieno ma da protagonista nel Novarese si ritrovò ancora una volta spettatore senza contratto, disoccupato nell’Equipe Romagna in cerca di una squadra che credesse in un giovane com’era lui. Si fece avanti il Siena: nulla di fatto. Correva il 2002-03 quando - tramite un contatto - tentò allora di trovare fortuna allo Sporting Lisbona, pagando di tasca sua. Ma la trattativa, dopo un periodo di prova in terra lusitana nei Leões di Cristiano Ronaldo, non andò in porto. Inattivo per una stagione e sorretto - anche economicamente - dai genitori, il portiere genovese si rimboccò le maniche e finì così al Giulianova, ancora in C1, dove 18 buone prestazioni gli valsero un ingaggio da parte del più quotato Pisa.
In nerazzurro dall’estate 2004, ecco la svolta: grazie a quasi 600 minuti di imbattibilità, soltanto 5 gol subiti in 19 partite e un rigore parato, Puggioni - recordman in Italia, in Europa, forse nel mondo - si conquistò una maglia da titolare inamovibile e soprattutto le attenzioni di club di rango superiore. Ascoli e Bari si interessarono a lui. Non se ne fece di nuovo nulla; fino a quel record che gli spalancò la porta della Reggina e le porte della Serie A, accarezzata nel 2007 con Mazzarri (3 presenze), abbandonata per una parentesi in prestito a Perugia e ritrovata quest’anno, con la fervida speranza di non mollarla per un po’. In fondo, Christian se lo merita davvero.
Federico Berlingheri
(il Giornale, 6 marzo 2009)
All’ombra di gente del calibro di Pagliuca, Zenga, Ferron e Sereni il promettente portierino di scuola-Baiardo si fece tutta la trafila in blucerchiato, dai Pulcini fino alle soglie della prima squadra, a cavallo del Nuovo Millennio. Nel ’99-00, collezionò soltanto una panchina, a Marassi contro il Napoli - finì 0-2 per gli allora partenopei di Novellino -, col numero 24 sulle schiena. Anche a causa di quella sciagurata sconfitta, al termine del campionato, il Doria di Ventura restò in Serie B mentre il 19enne Christian fu mandato a Varese, in C1, a fare la classica gavetta.
Con Mario Beretta in panchina e Stefano Sorrentino davanti nelle gerarchie, l’estremo difensore genovese assaggiò il campo in una sola occasione. Tornato alla casa madre, Puggioni dovette fare i conti con la drammatica temperie blucerchiata di quel periodo: la Samp - che versava in condizioni economiche disastrose e s’iscrisse in extremis al campionato - decise di non tesserarlo quale professionista. Svanì un sogno per Christian, che appiedato e padrone del proprio destino-cartellino partì alla volta di Borgomanero, retrocedendo di due categorie rispetto all’avventura varesina.
Tra i Dilettanti, le sue qualità emersero appieno ma da protagonista nel Novarese si ritrovò ancora una volta spettatore senza contratto, disoccupato nell’Equipe Romagna in cerca di una squadra che credesse in un giovane com’era lui. Si fece avanti il Siena: nulla di fatto. Correva il 2002-03 quando - tramite un contatto - tentò allora di trovare fortuna allo Sporting Lisbona, pagando di tasca sua. Ma la trattativa, dopo un periodo di prova in terra lusitana nei Leões di Cristiano Ronaldo, non andò in porto. Inattivo per una stagione e sorretto - anche economicamente - dai genitori, il portiere genovese si rimboccò le maniche e finì così al Giulianova, ancora in C1, dove 18 buone prestazioni gli valsero un ingaggio da parte del più quotato Pisa.
In nerazzurro dall’estate 2004, ecco la svolta: grazie a quasi 600 minuti di imbattibilità, soltanto 5 gol subiti in 19 partite e un rigore parato, Puggioni - recordman in Italia, in Europa, forse nel mondo - si conquistò una maglia da titolare inamovibile e soprattutto le attenzioni di club di rango superiore. Ascoli e Bari si interessarono a lui. Non se ne fece di nuovo nulla; fino a quel record che gli spalancò la porta della Reggina e le porte della Serie A, accarezzata nel 2007 con Mazzarri (3 presenze), abbandonata per una parentesi in prestito a Perugia e ritrovata quest’anno, con la fervida speranza di non mollarla per un po’. In fondo, Christian se lo merita davvero.
Federico Berlingheri
(il Giornale, 6 marzo 2009)
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venerdì 21 novembre 2008
Zenga, il Doria e quel maledetto 20 aprile '95
Sfrontato, sfacciato, spavaldo, protagonista sempre e comunque. Ciuffo sbarazzino a parte, Walter Zenga, allenatore del sorprendente Catania di questo avvio di stagione, non è mai cambiato. Walter, il milanes di viale Ungheria che ha allenato in mezzo mondo, che escogita schemi a dir poco anticonformisti e che litiga in diretta tv con Varriale, è rimasto lo stesso di quando era Uomo Ragno; di quando, numero uno tra i numeri uno - lontano da biciclette di Maria De Filippi e commenti tecnici a Mamma Rai -, volava reattivo da un palo all’altro difendendo la porta dell’Inter, della Nazionale, della Sampdoria. Già, della Sampdoria.
Due campionati brevi ma intensi, dal ’94 al ’96, allorché fu chiamato da Enrico Mantovani a sostituire il rivale di sempre, quel Gianluca Pagliuca che gli aveva preso il posto prima in azzurro e poi nella Beneamata. In blucerchiato arrivò, a braccetto dell’ex compagno e amico Riccardo Ferri, a trentaquattro primavere suonate, col solito contagioso entusiasmo da guascone ma senza lo smalto dei giorni andati. Grande sodale dei Gemelli, Zenga non aveva mai nascosto simpatie doriane e non ci mise molto ad ambientarsi dalle parti di Bogliasco. Vialli non c’era, Mancini, Vierchowod, Mannini, Lombardo sì, in panchina sedeva Eriksson: era il Doria fresco trionfatore nella quarta Coppa Italia e orfano di Gullit, ripartito controvoglia alla volta della Milano rossonera. Ironia della sorte, il 28 agosto ’94, ci pensò proprio il Tulipano dalla testata di dread a dare all’Uomo Ragno il primo dispiacere blucerchiato: un suo colpo di testa pareggiò allo scadere il vantaggio di Mihajlovic e trascinò ai rigori la sfida di Supercoppa Italiana, persa nella “sua” San Siro proprio dagli undici metri.
Il campionato del titolarissimo Walter e della Samp tutta principiò comunque in modo eccellente, salvo poi - malgrado il ritorno del figliol prodigo Gullit - concludersi a giugno ’95, tra alti e bassi, all’ottavo posto in classifica, ovvero fuori dall’Europa. Quell’atmosfera a dodici stelle - d'altronde - era già volata via il 20 di aprile. Sciaguratamente. Marassi, Sampdoria-Arsenal, semifinale di Coppa delle Coppe, Walter Zenga sulla graticola. La storia di quell’“uscita a vuoto” purtroppo la si conosce: andata ad “Highbury” 3-2, Mancini fa 1-0, Wright pareggia, entra il pivellino Bellucci e in un batter di ciglio segna una doppietta incredibile. 3-1 e biglietto per Paris-“Parc des Princes” in tasca direte voi. Nient’affatto: sotto la Sud, a due giri d’orologio dal fischio finale dell’austriaco Grabher, una beffarda punizione del biondissimo Schwarz aggira una barriera approssimativa e sorprende il tutt’altro che incolpevole Uomo Ragno. 3-2, supplementari, penalty, Seaman fa il fenomeno su Mihajlovic, Jugovic e Lombardo, Zenga solo su Merson e i Gunners di Houston volano in finale.
Il finale dell’avventura doriana del portierone meneghino sembrava invece scritto dopo l’estivo crack al ginocchio sul green della “Sciorba”. Agosto ’95, diagnosi impietosa, intervento negli USA e forfait lungo sette mesi. Per buona parte della stagione seguente, nella porta del Doria si alternarono Pagotto e Sereni; l’Uomo Ragno però - in barba ai trentasei anni e agli 883 - non l’avevano ancora ucciso. Nell’aprile del ’96, Zenga si riprese guantoni e maglia da titolare: nelle sue ultime sette partite in Serie A prima di chiudere a Padova (B) e nel Massachusetts (Major League statunitense), quattro vittorie a porta inviolata contro Bari, Inter, Juve e Milan e paratone a go-gò, inutili ai fini della qualificazione-Uefa ma buone per la memoria dei tifosi blucerchiati, che domenica se lo ritroveranno da avversario al “Ferraris” per la seconda volta. La prima? Il 2 settembre 2005, l’amichevole pre-campionato Sampdoria-Stella Rossa finì 2-0. Altri tempi, altra storia, una delle tante di quel simpatico sbruffone giramondo chiamato Walter Zenga.
Federico Berlingheri
(il Giornale, 21 novembre 2008)
Due campionati brevi ma intensi, dal ’94 al ’96, allorché fu chiamato da Enrico Mantovani a sostituire il rivale di sempre, quel Gianluca Pagliuca che gli aveva preso il posto prima in azzurro e poi nella Beneamata. In blucerchiato arrivò, a braccetto dell’ex compagno e amico Riccardo Ferri, a trentaquattro primavere suonate, col solito contagioso entusiasmo da guascone ma senza lo smalto dei giorni andati. Grande sodale dei Gemelli, Zenga non aveva mai nascosto simpatie doriane e non ci mise molto ad ambientarsi dalle parti di Bogliasco. Vialli non c’era, Mancini, Vierchowod, Mannini, Lombardo sì, in panchina sedeva Eriksson: era il Doria fresco trionfatore nella quarta Coppa Italia e orfano di Gullit, ripartito controvoglia alla volta della Milano rossonera. Ironia della sorte, il 28 agosto ’94, ci pensò proprio il Tulipano dalla testata di dread a dare all’Uomo Ragno il primo dispiacere blucerchiato: un suo colpo di testa pareggiò allo scadere il vantaggio di Mihajlovic e trascinò ai rigori la sfida di Supercoppa Italiana, persa nella “sua” San Siro proprio dagli undici metri.
Il campionato del titolarissimo Walter e della Samp tutta principiò comunque in modo eccellente, salvo poi - malgrado il ritorno del figliol prodigo Gullit - concludersi a giugno ’95, tra alti e bassi, all’ottavo posto in classifica, ovvero fuori dall’Europa. Quell’atmosfera a dodici stelle - d'altronde - era già volata via il 20 di aprile. Sciaguratamente. Marassi, Sampdoria-Arsenal, semifinale di Coppa delle Coppe, Walter Zenga sulla graticola. La storia di quell’“uscita a vuoto” purtroppo la si conosce: andata ad “Highbury” 3-2, Mancini fa 1-0, Wright pareggia, entra il pivellino Bellucci e in un batter di ciglio segna una doppietta incredibile. 3-1 e biglietto per Paris-“Parc des Princes” in tasca direte voi. Nient’affatto: sotto la Sud, a due giri d’orologio dal fischio finale dell’austriaco Grabher, una beffarda punizione del biondissimo Schwarz aggira una barriera approssimativa e sorprende il tutt’altro che incolpevole Uomo Ragno. 3-2, supplementari, penalty, Seaman fa il fenomeno su Mihajlovic, Jugovic e Lombardo, Zenga solo su Merson e i Gunners di Houston volano in finale.
Il finale dell’avventura doriana del portierone meneghino sembrava invece scritto dopo l’estivo crack al ginocchio sul green della “Sciorba”. Agosto ’95, diagnosi impietosa, intervento negli USA e forfait lungo sette mesi. Per buona parte della stagione seguente, nella porta del Doria si alternarono Pagotto e Sereni; l’Uomo Ragno però - in barba ai trentasei anni e agli 883 - non l’avevano ancora ucciso. Nell’aprile del ’96, Zenga si riprese guantoni e maglia da titolare: nelle sue ultime sette partite in Serie A prima di chiudere a Padova (B) e nel Massachusetts (Major League statunitense), quattro vittorie a porta inviolata contro Bari, Inter, Juve e Milan e paratone a go-gò, inutili ai fini della qualificazione-Uefa ma buone per la memoria dei tifosi blucerchiati, che domenica se lo ritroveranno da avversario al “Ferraris” per la seconda volta. La prima? Il 2 settembre 2005, l’amichevole pre-campionato Sampdoria-Stella Rossa finì 2-0. Altri tempi, altra storia, una delle tante di quel simpatico sbruffone giramondo chiamato Walter Zenga.
Federico Berlingheri
(il Giornale, 21 novembre 2008)
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mercoledì 12 novembre 2008
Il ritorno di Bianco, cuore blucerchiato
Lui, Francesco Flachi, l’atteso ex, è ancora squalificato e vivrà la suo partita del cuore dalle poltrincine della Tribuna d’onore. Anche senza il fantasista fiorentino, però, Sampdoria-Empoli di questa sera sarà comunque una sorta di romantico ritorno al passato. Lo sarà per Stefano Lucchini, che a Empoli ha vissuto cinque stagioni e ha collezionato più di 130 presenze; lo sarà soprattutto per Gianluigi Bianco, genovese di Priaruggia e dorianissimo, nato e cresciuto nel settore giovanile blucerchiato.
Diciannove anni compiuti lo scorso 11 maggio, Gianlu - come lo chiamano amici e compagni -, esterno sinistro dal mancino vellutato e grande protagonista nel double Scudetto-Coppa Italia Primavera 2007-08, dallo scorso agosto gioca, corre e suda nella provincia Toscana: il suo cartellino è diviso a metà tra azzurri e blucerchiati, in questa Serie B ha già collezionato cinque presenze e questa sera a Marassi dovrebbe partire titolare. Emozione permettendo, sarà la sua partita.
Federico Berlingheri
(Goal.com, 12 novembre 2008)
Diciannove anni compiuti lo scorso 11 maggio, Gianlu - come lo chiamano amici e compagni -, esterno sinistro dal mancino vellutato e grande protagonista nel double Scudetto-Coppa Italia Primavera 2007-08, dallo scorso agosto gioca, corre e suda nella provincia Toscana: il suo cartellino è diviso a metà tra azzurri e blucerchiati, in questa Serie B ha già collezionato cinque presenze e questa sera a Marassi dovrebbe partire titolare. Emozione permettendo, sarà la sua partita.
Federico Berlingheri
(Goal.com, 12 novembre 2008)
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lunedì 23 giugno 2008
Ci mancherai, Francesco
Francesco Flachi, la Sampdoria e i suoi tifosi. Una vicenda vera, vissuta, sincera, stupenda, sofferta. Un’avventura lunga quasi nove stagioni e 111 reti, un’avventura che, con la firma sul nuovo contratto annuale proposto dall’Empoli al fantasista fiorentino, ha scritto in questi giorni l’ultimo, definitivo capitolo.
La storia cominciò la vigilia di Ferragosto del 1999, quando al “Giraud” di Torre Annunziata si disputava Savoia-Sampdoria, prima giornata del girone iniziale di Coppa Italia. Francesco Flachi, allora ventiquattrenne fiorentino di (sole) belle speranze, all’esordio ufficiale con la sua maglia blucerchiata numero 10, segnò una doppietta (subito in gol al 5’ e raddoppio al 22’). Era il Doria del primo anno di Serie B dopo diciassette campionati di massima serie, dopo lo Scudetto del ’91, la finale di Wembley, la Coppa delle Coppe di Göteborg, le Coppe Italia, la Supercoppa italiana; era il Doria di Ventura, di Casale, di Vasari, di Carmine Esposito. L’ambiente, a cavallo del Nuovo Millennio, era in subbuglio, triste, rancoroso, ancora visibilmente scioccato per gli effetti del post-Trentalange, per un’amarissima retrocessione che lasciò scorie indelebili, incancellabili.
E, forse, in quella afosa serata d’agosto non ci si rese perfettamente conto che un campione, un uomo vero giocava la sua prima partita nella squadra che, honoris causa, sarebbe divenuta la “sua”. Alla Sampdoria, da quell’agosto ’99, Francesco Flachi, l’ex fiorentino di belle speranze, sguardo sbarazzino, parlantina facile e 10 sulla schiena, alternò grandi gioie (il ritorno in Serie A, la qualificazione-Uefa) ad amarissime delusioni (promozione svanita per due anni di fila, la truffa-Pane, Lens), momenti lieti, esaltanti (tre su tre nei derby del 2002-03, le splendide rovesciate, il sogno Champions League del 2005) a giorni bui, grigi (lo spettro del fallimento, l’incubo della C nel 2002). Rischiò pure di andarsene, al Monaco (2002) e al Piacenza (2003), ma, per sua ostinata volontà, non se ne fece nulla.
La storia, infatti, non finì. Arrivò la gratificazione della prima - e ultima - convocazione in Nazionale (purtroppo senza giocare); arrivarono i 100 gol in maglia blucerchiata. Ironia della sorte, il centesimo, Francesco lo mise a segno al “Castellani” di Empoli, il 9 aprile 2006, nella domenica delle elezioni politiche che videro “trionfare” l'Unione di Romano Prodi per poco meno di 25 mila voti. Un rigore, ventiquattro ore dopo il giorno del suo trentunesimo compleanno. Fu una ricorrenza amara quella, perché il tiro centrale dal dischetto che batté il portiere azzurro Balli non riuscì ad evitare al Doria la settima sconfitta in otto partite.
Da quel pomeriggio - tra le stagioni 2005-06 e 2006-07 -, Flachi-gol gonfiò la porta avversaria in altre undici occasioni, fu squalificato per due mesi in seguito alla vicenda calcio-scommesse e divenne papà per la seconda volta. Il 21 febbraio 2007 venne poi trovato positivo all’antidoping per cocaina. E il mondo parve crollargli addosso.
La storia cominciata a Torre Annunziata la vigilia di Ferragosto del ’99 si concluse, di fatto, quel maledetto primo pomeriggio di febbraio in cui tutti ci risvegliammo più vecchi e stanchi, amaro in bocca, cerchio alla testa. Francesco, però, non si arrese, non è da lui gettare la spugna. E malgrado i ventiquattro lunghi mesi di squalifica e la rottura con la società, non si ruppe un rapporto, non finì un amore: quello con il pubblico doriano, la sua gente, perché Francesco Flachi, anche se adesso tornerà a giocare per l’Empoli, con una maglia diversa da quella blucerchiata numero 10, non sarà dimenticato. Mai.
Federico Berlingheri
(Goal.com, 24 giugno 2008)
La storia cominciò la vigilia di Ferragosto del 1999, quando al “Giraud” di Torre Annunziata si disputava Savoia-Sampdoria, prima giornata del girone iniziale di Coppa Italia. Francesco Flachi, allora ventiquattrenne fiorentino di (sole) belle speranze, all’esordio ufficiale con la sua maglia blucerchiata numero 10, segnò una doppietta (subito in gol al 5’ e raddoppio al 22’). Era il Doria del primo anno di Serie B dopo diciassette campionati di massima serie, dopo lo Scudetto del ’91, la finale di Wembley, la Coppa delle Coppe di Göteborg, le Coppe Italia, la Supercoppa italiana; era il Doria di Ventura, di Casale, di Vasari, di Carmine Esposito. L’ambiente, a cavallo del Nuovo Millennio, era in subbuglio, triste, rancoroso, ancora visibilmente scioccato per gli effetti del post-Trentalange, per un’amarissima retrocessione che lasciò scorie indelebili, incancellabili.
E, forse, in quella afosa serata d’agosto non ci si rese perfettamente conto che un campione, un uomo vero giocava la sua prima partita nella squadra che, honoris causa, sarebbe divenuta la “sua”. Alla Sampdoria, da quell’agosto ’99, Francesco Flachi, l’ex fiorentino di belle speranze, sguardo sbarazzino, parlantina facile e 10 sulla schiena, alternò grandi gioie (il ritorno in Serie A, la qualificazione-Uefa) ad amarissime delusioni (promozione svanita per due anni di fila, la truffa-Pane, Lens), momenti lieti, esaltanti (tre su tre nei derby del 2002-03, le splendide rovesciate, il sogno Champions League del 2005) a giorni bui, grigi (lo spettro del fallimento, l’incubo della C nel 2002). Rischiò pure di andarsene, al Monaco (2002) e al Piacenza (2003), ma, per sua ostinata volontà, non se ne fece nulla.
La storia, infatti, non finì. Arrivò la gratificazione della prima - e ultima - convocazione in Nazionale (purtroppo senza giocare); arrivarono i 100 gol in maglia blucerchiata. Ironia della sorte, il centesimo, Francesco lo mise a segno al “Castellani” di Empoli, il 9 aprile 2006, nella domenica delle elezioni politiche che videro “trionfare” l'Unione di Romano Prodi per poco meno di 25 mila voti. Un rigore, ventiquattro ore dopo il giorno del suo trentunesimo compleanno. Fu una ricorrenza amara quella, perché il tiro centrale dal dischetto che batté il portiere azzurro Balli non riuscì ad evitare al Doria la settima sconfitta in otto partite.
Da quel pomeriggio - tra le stagioni 2005-06 e 2006-07 -, Flachi-gol gonfiò la porta avversaria in altre undici occasioni, fu squalificato per due mesi in seguito alla vicenda calcio-scommesse e divenne papà per la seconda volta. Il 21 febbraio 2007 venne poi trovato positivo all’antidoping per cocaina. E il mondo parve crollargli addosso.
La storia cominciata a Torre Annunziata la vigilia di Ferragosto del ’99 si concluse, di fatto, quel maledetto primo pomeriggio di febbraio in cui tutti ci risvegliammo più vecchi e stanchi, amaro in bocca, cerchio alla testa. Francesco, però, non si arrese, non è da lui gettare la spugna. E malgrado i ventiquattro lunghi mesi di squalifica e la rottura con la società, non si ruppe un rapporto, non finì un amore: quello con il pubblico doriano, la sua gente, perché Francesco Flachi, anche se adesso tornerà a giocare per l’Empoli, con una maglia diversa da quella blucerchiata numero 10, non sarà dimenticato. Mai.
Federico Berlingheri
(Goal.com, 24 giugno 2008)
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domenica 15 giugno 2008
Nell'Europeo degli ex genovesi, ridono solo gli olandesi volanti
Dopo un Mondiale 2006 vinto grazie ad un sampdoriano d’antica data come Marcello Lippi, sembrava, almeno sulla carta, che quello austroelvetico del 2008 potesse essere l’Europeo più rossoblucerchiato di sempre. Cassano da una parte, Borriello dall’altra promettevano di giocarsi al meglio le proprie carte da outsider azzurri, salvo poi risvegliarsi con Fantantonio sempre in panca al fischio d’inizio e il bel Marco innanzitutto rossonero e poi perennemente agghindato di tuta a bordo-campo.
Non sarà certo solo per questo che quest’Italia traballante rischia di non superare nemmeno il primo girone, ma le scelte tecniche di un altro ex rossoblù, Roberto Donadoni, hanno lasciato parecchio a desiderare. Metabolizzata l’amara indigestione Oranje (3-0 senza appello), contro la Romania ci hanno pensato un tap-in di un genoano del passato come Christian Panucci (34 presenze e 4 reti tra il ’92 e il ’93) e un rigore parato da un mai taciuto cuore a tinte rosse e blu come Gigi Buffon a tenerlo ancora in corsa, anche se forse, per accedere ai quarti, non basterà. D’altronde, che il commissario tecnico di Cisano Bergamasco non fosse proprio un mago della panchina a Zena lo si era già intuito nell’estate del 2003, quando il presidente Preziosi lo scelse in qualità di mister del Grifone appena ripescato in cadetteria: tre partite e tre sconfitte in campionato, altre tre sfide in Coppa Italia, di cui una non giocata dal Livorno - per via degli sviluppi del caso-Catania e dell'allargamento della B a 24 squadre - e vinta perciò a tavolino, un pareggio, una sconfitta. Questo, più il “successo” nel Trofeo Spagnolo strappato proprio a quel Catania compare di ripescaggio, il magro bottino genovese di Donadoni, prima di essere esonerato in fretta e furia e sostituito da De Canio. Meglio, decisamente meglio, quello del suo vice Mario Bortolazzi, uno che, grazie a 284 presenze e 18 gol, del Genoa ha fatto la storia: peccato che un “secondo” non abbia troppa voce in capitolo...
Restando in tema di vice e nel girone C, liquidate Italia e Francia, prosegue col vento in poppa la rotta dell’Olanda di Marco Van Basten e del suo fido assistente John Van’t Schip, già ammessa trionfalmente ai quarti. Ala spesso adattata in mediana, canadese di nascita ma di famiglia neerlandese, il biondo Johnny giocò nel Grifone di Spinelli per quattro stagioni (119 gettoni e 11 reti, tra cui quella nel derby del 20 aprile ’95, Genoa-Samp 2-1) dal ’92 al ’96. Non ci giocò mai André Ooijer, esperto difensore arancione e acquisto col botto preziosiano nella calda estate 2005, terrorizzato - a ragione - dall’imminente caduta del Vecchio Balordo nell’Inferno della C1. Nello stesso periodo in cui Van’t Schip appendeva le scarpe al chiodo e tornava in patria, dopo un solo campionato blucerchiato, il tulipano nero Clarence Seedorf lasciava il Doria per il Real: lui, agli Europei, ha detto “no, grazie” perché un ruolo da comprimario - che Van Basten gli prospettava - non avrebbe proprio potuto accettarlo.
Così come un altro ex doriano, il tricolore Fabio Quagliarella (42 presenze condite da 14 marcature nel 2006-07), ha accettato invece di partire dalla panchina il rumeno Paul Codrea, oggi al Siena, un altro transitato dalle nostre parti e avversario azzurro nel girone C. Riserva all’esordio con la Francia e subentrato dopo un’ora a Cociş, l’ex regista del Genoa del Professor Scoglio (52 apparizioni da 3 gol dal gennaio 2001 al gennaio 2003) ha saputo conquistarsi un posto da titolare nelle strategie anti-Italia di Piturcă, giocando pure bene. Non è bastato, invece, giocare bene all’esterno destro elvetico-kosovaro Valon Behrami (24 partite in rossoblù proprio ai tempi di Donadoni e De Canio): con due sconfitte su due incontri, la sua Svizzera padrona di casa - che ha ignorato il blucerchiato Ziegler - ha già alzato bandiera bianca.
Federico Berlingheri
(il Giornale, 15 giugno 2008)
Non sarà certo solo per questo che quest’Italia traballante rischia di non superare nemmeno il primo girone, ma le scelte tecniche di un altro ex rossoblù, Roberto Donadoni, hanno lasciato parecchio a desiderare. Metabolizzata l’amara indigestione Oranje (3-0 senza appello), contro la Romania ci hanno pensato un tap-in di un genoano del passato come Christian Panucci (34 presenze e 4 reti tra il ’92 e il ’93) e un rigore parato da un mai taciuto cuore a tinte rosse e blu come Gigi Buffon a tenerlo ancora in corsa, anche se forse, per accedere ai quarti, non basterà. D’altronde, che il commissario tecnico di Cisano Bergamasco non fosse proprio un mago della panchina a Zena lo si era già intuito nell’estate del 2003, quando il presidente Preziosi lo scelse in qualità di mister del Grifone appena ripescato in cadetteria: tre partite e tre sconfitte in campionato, altre tre sfide in Coppa Italia, di cui una non giocata dal Livorno - per via degli sviluppi del caso-Catania e dell'allargamento della B a 24 squadre - e vinta perciò a tavolino, un pareggio, una sconfitta. Questo, più il “successo” nel Trofeo Spagnolo strappato proprio a quel Catania compare di ripescaggio, il magro bottino genovese di Donadoni, prima di essere esonerato in fretta e furia e sostituito da De Canio. Meglio, decisamente meglio, quello del suo vice Mario Bortolazzi, uno che, grazie a 284 presenze e 18 gol, del Genoa ha fatto la storia: peccato che un “secondo” non abbia troppa voce in capitolo...
Restando in tema di vice e nel girone C, liquidate Italia e Francia, prosegue col vento in poppa la rotta dell’Olanda di Marco Van Basten e del suo fido assistente John Van’t Schip, già ammessa trionfalmente ai quarti. Ala spesso adattata in mediana, canadese di nascita ma di famiglia neerlandese, il biondo Johnny giocò nel Grifone di Spinelli per quattro stagioni (119 gettoni e 11 reti, tra cui quella nel derby del 20 aprile ’95, Genoa-Samp 2-1) dal ’92 al ’96. Non ci giocò mai André Ooijer, esperto difensore arancione e acquisto col botto preziosiano nella calda estate 2005, terrorizzato - a ragione - dall’imminente caduta del Vecchio Balordo nell’Inferno della C1. Nello stesso periodo in cui Van’t Schip appendeva le scarpe al chiodo e tornava in patria, dopo un solo campionato blucerchiato, il tulipano nero Clarence Seedorf lasciava il Doria per il Real: lui, agli Europei, ha detto “no, grazie” perché un ruolo da comprimario - che Van Basten gli prospettava - non avrebbe proprio potuto accettarlo.
Così come un altro ex doriano, il tricolore Fabio Quagliarella (42 presenze condite da 14 marcature nel 2006-07), ha accettato invece di partire dalla panchina il rumeno Paul Codrea, oggi al Siena, un altro transitato dalle nostre parti e avversario azzurro nel girone C. Riserva all’esordio con la Francia e subentrato dopo un’ora a Cociş, l’ex regista del Genoa del Professor Scoglio (52 apparizioni da 3 gol dal gennaio 2001 al gennaio 2003) ha saputo conquistarsi un posto da titolare nelle strategie anti-Italia di Piturcă, giocando pure bene. Non è bastato, invece, giocare bene all’esterno destro elvetico-kosovaro Valon Behrami (24 partite in rossoblù proprio ai tempi di Donadoni e De Canio): con due sconfitte su due incontri, la sua Svizzera padrona di casa - che ha ignorato il blucerchiato Ziegler - ha già alzato bandiera bianca.
Federico Berlingheri
(il Giornale, 15 giugno 2008)
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venerdì 16 maggio 2008
Un napoletano atipico: "Willy" Stendardo
Pensi ai calciatori meridionali e ti vengono in mente i soliti luoghi comuni: povertà, sacrifici, studio scarso, situazioni familiari ed economiche non delle più semplici. Concetti facili e abusati, questi, ricorrenti per lo più per i ragazzi campani, coloro che, originari di Napoli e dintorni, cresciuti a pane e pallone di cuoio, ripongono tutti i propri sogni nell’emergere, nel calcio, ad alti livelli. Non è questo, però, il caso di Guglielmo Willy Stendardo, difensore (panchinaro) della Juventus, l’eccezione che conferma la regola.
Figlio di un agente assicurativo laureato in sociologia e di un medico della Asl di Agropoli, maggiore di tre fratelli, Willy nasce e cresce - e quanto cresce! - al Vomero, collinare quartiere “bene” partenopeo. Mentre Diego Armando Maradona trascina i suoi nel gotha del calcio tricolore e non solo, Stendardo, classe 1981, comincia la sua trafila nel florido vivaio del Napoli dell’epoca. Dall’età di otto anni, da quando entra nel settore giovanile azzurro, per via della stazza già superiore alla media, viene piazzato al centro della difesa: nel gioco aereo non ce n’è per nessuno, di testa sono tutte sue. Napoletano atipico, pacato e riflessivo, Guglielmo si diletta a prendere a calci una sfera, ma la scuola non la dimentica: mentre frequenta il liceo scientifico, Vincenzo Montefusco, ex mister della Primavera chiamato - invano - a risollevare le sorti di Taglialatela e compagni, lo fa esordire in Serie A il 16 maggio ’98, a diciassette anni appena compiuti. Ultima di campionato, Napoli (già in B) e Bari fanno 2-2 e lì, con l’emozione di debuttare al “San Paolo”, il ragazzone campano di 190 centimetri chiude l’avventura azzurra per aprire quella blucerchiata.
Ingaggiato da Enrico Mantovani, si trasferisce a Genova, gioca 25 partite con la Primavera di Giovanni Re e l’anno dopo, con la Sampdoria retrocessa in B, gli si spalancano le porte della prima squadra. Parte la Coppa Italia e Giampiero Ventura gli dà subito fiducia: fisico da far paura, risoluto e autoritario, Willy, centrale nella retroguardia a tre disegnata dal mister di Cornigliano, fa vedere di che pasta è fatto; ma - troppo giovane e ancora grezzo - nel prosieguo di stagione giocherà pochino. Fallita l’immediata risalita e consumato l’avvicendamento in panchina - Gigi Cagni sostituisce Ventura -, il Doria gli dà ancora fiducia. Per Stendardo, iscrittosi nel frattempo alla facoltà di Giurisprudenza - a tutt’oggi gli mancano pochi esami alla laurea - e accaparratosi il numero 17 in barba alla scaramanzia, è l’annata migliore: saranno 19, a fine anno, le convincenti apparizioni da cerchiato di blu. Vent’anni, un luminoso avvenire sportivo e non, l’ambiente se lo coccola e i paragoni illustri cominciano a sprecarsi.
Nel 2001-02, però, ancora in Serie B, il perpetuo crescendo del buon Guglielmo s’arresta bruscamente. Cagni - il quale lo aveva provato centravanti negli istanti finali dello sciagurato 1-1 casalingo col Cosenza - viene esonerato dopo quattro giornate; lo sostituisce Gianfranco Bellotto e per Willy verranno tempi duri (8 presenze in quell’anno travagliato). Le difficoltà non finiranno poi nel 2002-03, con Walter Novellino timoniere. Monzon gli concede soltanto 3 gettoni in Coppa Italia, prima di lasciarlo partire a gennaio, dopo 47 presenze totali (33 in B, 14 in Coppa Italia), alla Salernitana, rampa di lancio di una carriera ancora incompiuta e, forse, al di sotto delle reali potenzialità.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 16 maggio 2008)
Figlio di un agente assicurativo laureato in sociologia e di un medico della Asl di Agropoli, maggiore di tre fratelli, Willy nasce e cresce - e quanto cresce! - al Vomero, collinare quartiere “bene” partenopeo. Mentre Diego Armando Maradona trascina i suoi nel gotha del calcio tricolore e non solo, Stendardo, classe 1981, comincia la sua trafila nel florido vivaio del Napoli dell’epoca. Dall’età di otto anni, da quando entra nel settore giovanile azzurro, per via della stazza già superiore alla media, viene piazzato al centro della difesa: nel gioco aereo non ce n’è per nessuno, di testa sono tutte sue. Napoletano atipico, pacato e riflessivo, Guglielmo si diletta a prendere a calci una sfera, ma la scuola non la dimentica: mentre frequenta il liceo scientifico, Vincenzo Montefusco, ex mister della Primavera chiamato - invano - a risollevare le sorti di Taglialatela e compagni, lo fa esordire in Serie A il 16 maggio ’98, a diciassette anni appena compiuti. Ultima di campionato, Napoli (già in B) e Bari fanno 2-2 e lì, con l’emozione di debuttare al “San Paolo”, il ragazzone campano di 190 centimetri chiude l’avventura azzurra per aprire quella blucerchiata.
Ingaggiato da Enrico Mantovani, si trasferisce a Genova, gioca 25 partite con la Primavera di Giovanni Re e l’anno dopo, con la Sampdoria retrocessa in B, gli si spalancano le porte della prima squadra. Parte la Coppa Italia e Giampiero Ventura gli dà subito fiducia: fisico da far paura, risoluto e autoritario, Willy, centrale nella retroguardia a tre disegnata dal mister di Cornigliano, fa vedere di che pasta è fatto; ma - troppo giovane e ancora grezzo - nel prosieguo di stagione giocherà pochino. Fallita l’immediata risalita e consumato l’avvicendamento in panchina - Gigi Cagni sostituisce Ventura -, il Doria gli dà ancora fiducia. Per Stendardo, iscrittosi nel frattempo alla facoltà di Giurisprudenza - a tutt’oggi gli mancano pochi esami alla laurea - e accaparratosi il numero 17 in barba alla scaramanzia, è l’annata migliore: saranno 19, a fine anno, le convincenti apparizioni da cerchiato di blu. Vent’anni, un luminoso avvenire sportivo e non, l’ambiente se lo coccola e i paragoni illustri cominciano a sprecarsi.
Nel 2001-02, però, ancora in Serie B, il perpetuo crescendo del buon Guglielmo s’arresta bruscamente. Cagni - il quale lo aveva provato centravanti negli istanti finali dello sciagurato 1-1 casalingo col Cosenza - viene esonerato dopo quattro giornate; lo sostituisce Gianfranco Bellotto e per Willy verranno tempi duri (8 presenze in quell’anno travagliato). Le difficoltà non finiranno poi nel 2002-03, con Walter Novellino timoniere. Monzon gli concede soltanto 3 gettoni in Coppa Italia, prima di lasciarlo partire a gennaio, dopo 47 presenze totali (33 in B, 14 in Coppa Italia), alla Salernitana, rampa di lancio di una carriera ancora incompiuta e, forse, al di sotto delle reali potenzialità.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 16 maggio 2008)
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sabato 10 maggio 2008
Il ritorno di Behrami, eroe dei due mondi
Diciotto anni e un mese. Quando Valon Behrami, kosovaro di etnia albanese, sbarcò a Genova aveva pressappoco quell’età. Correva la stagione 2003-04 e quel giovane esterno destro ingellato e ossigenato che veniva dal Lugano fece subito parlare di sé: grande facilità di corsa, fisico asciutto ma potente, buona tecnica e temperamento da vendere, il tutto ad onta di un passaporto che dicesse 1985. Malgrado tali premesse, con la maglia del Genoa addosso, Behrami giocò la miseria di 24 partite prima di passare in prestito al Verona e di finire alla Lazio, dapprima in comproprietà e poi a titolo definitivo. Domani, dopo più di un mese di assenza per l’ennesimo infortunio patito in questi anni, il rientro in campo del laterale laziale in campionato coinciderà proprio con un suo ritorno a Marassi. Per l’occasione, la sua storia - non solo genoana - vale la pena di essere raccontata.
Kosovka Mitrovika, oggi capoluogo dell’omonimo distretto della neonata - e autoproclamata - Repubblica autonoma del Kosovo, lo vide nascere mentre ancora faceva parte della Federazione jugoslava. Dopo la morte di Tito, sul finire degli anni Ottanta, le prime persecuzioni nei confronti degli abitanti di quella regione, per la maggior parte albanesi, ad opera del presidente serbo Milosevic indussero Ragip Behrami ad emigrare in Svizzera in cerca di un lavoro e di un futuro certo. Nel 1990, Stabio, piccolo comune elvetico del Canton Ticino, accolse Ragip, la moglie Halime la sua signora e i loro bimbi Valentina e Valon, tre anni in meno della sorella. L’ambientamento non si rivelò dei migliori se si pensa che ci volle quasi un lustro prima di poter ottenere un permesso di dimora. Nel frattempo, il piccolo Valon, antesignano di Forrest Gump, correva, correva e ancora correva. Faceva atletica, era un mezzofondista in erba. Ma il richiamo del pallone superò di gran lunga quello delle piste ovali. I primi calci nello Stabio, poi il passaggio al Chiasso e quello al Lugano con l’esordio nella Challenge League svizzera: la carriera di Behrami era in progressiva ascesa tanto da suscitare l’interesse di grandi club europei tra cui Inter e Liverpool.
Nell’estate del 2003, con il supporto dell’Udinese, se lo accaparrò invece il Genoa, dove i tecnici Donadoni e De Canio gli diedero la congrua fiducia in rapporto alla tenera età. Passato - come detto - al Verona di Ficcadenti per fare gavetta, Valon esplose letteralmente; il presidente Preziosi, però, ritrovatosi in C, fu costretto a non poter puntare su di lui e lo cedette alla Lazio. Da quel sacrificio rossoblù, per il kosovaro-albanese elvetico d’adozione, un po’ ala e un po’ terzino, una sequela impressionante di infortuni ma anche qualche - enorme - soddisfazione: il gol alla Turchia che regalò la fase finale di Germania 2006 alla “sua” Svizzera e l’assai recente gioia maturata nei minuti di recupero dell’ultimo derby della Capitale, aperto - ahilui - da una sua sciagurata topica e chiuso da una sua memorabile rete sotto la Nord. Gratificazioni, queste, che, guai fisici permettendo, per Behrami eroe dei due mondi - rossocrociato e biancoceleste - non resteranno isolate.
Federico Berlingheri
(Goal.com, 11 maggio 2008)
Kosovka Mitrovika, oggi capoluogo dell’omonimo distretto della neonata - e autoproclamata - Repubblica autonoma del Kosovo, lo vide nascere mentre ancora faceva parte della Federazione jugoslava. Dopo la morte di Tito, sul finire degli anni Ottanta, le prime persecuzioni nei confronti degli abitanti di quella regione, per la maggior parte albanesi, ad opera del presidente serbo Milosevic indussero Ragip Behrami ad emigrare in Svizzera in cerca di un lavoro e di un futuro certo. Nel 1990, Stabio, piccolo comune elvetico del Canton Ticino, accolse Ragip, la moglie Halime la sua signora e i loro bimbi Valentina e Valon, tre anni in meno della sorella. L’ambientamento non si rivelò dei migliori se si pensa che ci volle quasi un lustro prima di poter ottenere un permesso di dimora. Nel frattempo, il piccolo Valon, antesignano di Forrest Gump, correva, correva e ancora correva. Faceva atletica, era un mezzofondista in erba. Ma il richiamo del pallone superò di gran lunga quello delle piste ovali. I primi calci nello Stabio, poi il passaggio al Chiasso e quello al Lugano con l’esordio nella Challenge League svizzera: la carriera di Behrami era in progressiva ascesa tanto da suscitare l’interesse di grandi club europei tra cui Inter e Liverpool.
Nell’estate del 2003, con il supporto dell’Udinese, se lo accaparrò invece il Genoa, dove i tecnici Donadoni e De Canio gli diedero la congrua fiducia in rapporto alla tenera età. Passato - come detto - al Verona di Ficcadenti per fare gavetta, Valon esplose letteralmente; il presidente Preziosi, però, ritrovatosi in C, fu costretto a non poter puntare su di lui e lo cedette alla Lazio. Da quel sacrificio rossoblù, per il kosovaro-albanese elvetico d’adozione, un po’ ala e un po’ terzino, una sequela impressionante di infortuni ma anche qualche - enorme - soddisfazione: il gol alla Turchia che regalò la fase finale di Germania 2006 alla “sua” Svizzera e l’assai recente gioia maturata nei minuti di recupero dell’ultimo derby della Capitale, aperto - ahilui - da una sua sciagurata topica e chiuso da una sua memorabile rete sotto la Nord. Gratificazioni, queste, che, guai fisici permettendo, per Behrami eroe dei due mondi - rossocrociato e biancoceleste - non resteranno isolate.
Federico Berlingheri
(Goal.com, 11 maggio 2008)
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sabato 26 aprile 2008
Quando Cagni aveva i baffi (al Genoa)
Da quasi due anni non porta più i baffi. Li tagliò prima di una delicata sfida tra il suo Empoli ed il Chievo di Pillon, poi vinta dagli azzurri toscani per 2-1. Il calcio è anche scaramanzia. Non porta più i baffi, ma Gigi Cagni, quasi cinquantottenne mister bresciano, prima esonerato poi richiamato - tre turni fa - e oggi di nuovo in sella all’Empoli, è rimasto lo stesso di sempre: il Cagni schietto e sincero conosciuto in Liguria durante la complicata esperienza rossoblù - ma anche in quella blucerchiata -, il Cagni brillante e zuccone capace di tirar fuori il meglio di sé nelle situazioni difficili (vedi storica qualificazione-Uefa raggiunta lo scorso maggio coi ciuchini toscani).
Reduce da sei anni memorabili a Piacenza e una deludente stagione e mezza al Verona, il buon Gigi approdò al Genoa di Scerni e Mauro negli ultimi giorni del settembre ’98, sostituendo sulla panchina rossoblù - Vico scriveva di corsi e ricorsi - proprio un acerbo Bepi Pillon alla quinta giornata di campionato. Era il Genoa succursale della Fermana e - per fortuna sua e dei suoi sostenitori - targato Mino Francioso, bomber ex Monza che, con 36 presenze e 16 gol, tolse molte castagne dal fuoco ad una squadra perennemente cantiere aperto. In un continuo andirivieni dei breriani pedatori, il “Pio” di Pegli si tramutò in un porto di mare: tra numerosi acquisti di riparazione - Rossini e Tangorra a settembre, Pirri e Vukoja ad ottobre, Marrocco, Manetti ed Imbriani a gennaio - e cessioni in corsa numericamente altrettanto consistenti - Ametrano, Carfora, Bolla, la meteora Rambaudi prima, Pasa, Piovanelli, Vecchiola, Pelliccia poi -, desaparecidos - Bettella, Marquet, Portanova e Van Dessel su tutti - e fuori rosa di turno reintegrati - Torrente, Ruotolo e Nappi -, il Grifone del compagno-golfista Cagni, caparbio ed ostinato nelle proprie scelte, riuscì comunque a condurre un campionato di quiete, senza troppe apprensioni e ansie da retrocessione.
La matematica salvezza si materializzò infatti alla ventinovesima giornata, al “Giglio” di Reggio Emilia, il 9 maggio ’99, grazie ad una vittoria per 3-1 firmata Ruotolo (doppietta) e Francioso. Per l’allora baffuto mister di Brescia, però, non giunse la riconferma. La dirigenza del Genoa gli preferì l’emergente Delio Rossi e Cagni rimase disoccupato, a spasso proprio come fino a tre giornate fa.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 26 aprile 2008)
Reduce da sei anni memorabili a Piacenza e una deludente stagione e mezza al Verona, il buon Gigi approdò al Genoa di Scerni e Mauro negli ultimi giorni del settembre ’98, sostituendo sulla panchina rossoblù - Vico scriveva di corsi e ricorsi - proprio un acerbo Bepi Pillon alla quinta giornata di campionato. Era il Genoa succursale della Fermana e - per fortuna sua e dei suoi sostenitori - targato Mino Francioso, bomber ex Monza che, con 36 presenze e 16 gol, tolse molte castagne dal fuoco ad una squadra perennemente cantiere aperto. In un continuo andirivieni dei breriani pedatori, il “Pio” di Pegli si tramutò in un porto di mare: tra numerosi acquisti di riparazione - Rossini e Tangorra a settembre, Pirri e Vukoja ad ottobre, Marrocco, Manetti ed Imbriani a gennaio - e cessioni in corsa numericamente altrettanto consistenti - Ametrano, Carfora, Bolla, la meteora Rambaudi prima, Pasa, Piovanelli, Vecchiola, Pelliccia poi -, desaparecidos - Bettella, Marquet, Portanova e Van Dessel su tutti - e fuori rosa di turno reintegrati - Torrente, Ruotolo e Nappi -, il Grifone del compagno-golfista Cagni, caparbio ed ostinato nelle proprie scelte, riuscì comunque a condurre un campionato di quiete, senza troppe apprensioni e ansie da retrocessione.
La matematica salvezza si materializzò infatti alla ventinovesima giornata, al “Giglio” di Reggio Emilia, il 9 maggio ’99, grazie ad una vittoria per 3-1 firmata Ruotolo (doppietta) e Francioso. Per l’allora baffuto mister di Brescia, però, non giunse la riconferma. La dirigenza del Genoa gli preferì l’emergente Delio Rossi e Cagni rimase disoccupato, a spasso proprio come fino a tre giornate fa.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 26 aprile 2008)
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sabato 19 aprile 2008
Floro Flores, l'ex incompreso
Se di rimpianto vero e proprio non si può parlare - anche alla luce di ciò che il ragazzo deve ancora dimostrare in massima serie -, occorre comunque ammettere che il suo addio senza che la società muovesse un dito lasciò perplesso più di un sostenitore blucerchiato. Classe 1983, napoletano purosangue del rione Traiano a dispetto del cognome spagnoleggiante, Antonio Floro Flores fu acquistato dalla Sampdoria nel mercato di riparazione del gennaio 2004. In prestito dal Napoli, dopo neanche sei mesi e 113 minuti con addosso la maglia del Doria numero 24, la seconda punta partenopea riprese infatti, nel silenzio dell’ambiente genovese, la strada dei Campi Flegrei, salvo poi ritrovarsi a spasso per il fallimento della società di Salvatore Naldi, all’epoca in Serie B.
Calciatore giovane, di talento e libero da vincoli contrattuali: caratteristiche tecniche ed economiche, queste, che di solito fanno sfregare le mani al lesto Beppe Marotta. In quell’occasione, di contro, il numero due doriano, forse su indicazione di mister Novellino, non ne approfittò. Malgrado un gol - inutile, ma pur sempre il primo in Serie A - all’esordio il 21 febbraio nella rocambolesca e fradicia sconfitta interna nell’anticipo contro il Parma (1-2: Gilardino grazie ad una papera clamorosa di Antonioli, Bresciano e tap-in in mischia di Antonio, prima di un sacrosanto rigore negato da Farina a Bazzani al quarto di recupero), a ventuno anni appena compiuti, Floro Flores rimase quindi, un po’ a sorpresa, svincolato fino al termine dell’estate 2004. E pensare che, in quella affatto simpatica situazione, si prese persino la soddisfazione di essere convocato in Under 21, entrare a gara in corso e segnare una rete decisiva nella partita di qualificazione agli Europei di categoria del 2006 in casa della Moldova. Un record da guinness per un disoccupato.
Così, poco dopo, arrivò un contratto dal Perugia dei Gaucci, appena retrocesso in B. Sfortuna volle che - proprio come il Napoli di Naldi - la formazione umbra fallì a sua volta l’anno dopo. Nell’agosto 2005, ne approfittò allora l’Arezzo, per Floro Flores (28 centri in due campionati cadetti) squadra-trampolino di lancio e di rilancio verso la Serie A, riconquistata la scorsa estate, tre anni dopo la fugace esperienza blucerchiata, grazie all’Udinese.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 19 aprile 2008)
Calciatore giovane, di talento e libero da vincoli contrattuali: caratteristiche tecniche ed economiche, queste, che di solito fanno sfregare le mani al lesto Beppe Marotta. In quell’occasione, di contro, il numero due doriano, forse su indicazione di mister Novellino, non ne approfittò. Malgrado un gol - inutile, ma pur sempre il primo in Serie A - all’esordio il 21 febbraio nella rocambolesca e fradicia sconfitta interna nell’anticipo contro il Parma (1-2: Gilardino grazie ad una papera clamorosa di Antonioli, Bresciano e tap-in in mischia di Antonio, prima di un sacrosanto rigore negato da Farina a Bazzani al quarto di recupero), a ventuno anni appena compiuti, Floro Flores rimase quindi, un po’ a sorpresa, svincolato fino al termine dell’estate 2004. E pensare che, in quella affatto simpatica situazione, si prese persino la soddisfazione di essere convocato in Under 21, entrare a gara in corso e segnare una rete decisiva nella partita di qualificazione agli Europei di categoria del 2006 in casa della Moldova. Un record da guinness per un disoccupato.
Così, poco dopo, arrivò un contratto dal Perugia dei Gaucci, appena retrocesso in B. Sfortuna volle che - proprio come il Napoli di Naldi - la formazione umbra fallì a sua volta l’anno dopo. Nell’agosto 2005, ne approfittò allora l’Arezzo, per Floro Flores (28 centri in due campionati cadetti) squadra-trampolino di lancio e di rilancio verso la Serie A, riconquistata la scorsa estate, tre anni dopo la fugace esperienza blucerchiata, grazie all’Udinese.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 19 aprile 2008)
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Siena-Genoa, tra passato, presente e futuro
Il passato è legato al ricordo, il presente è prosaico e ateo, il futuro è il regno della poesia, delle attese, delle speranze, delle possibilità e della casualità. Si potrebbe raccontarla con Feuerbach la sfida nella sfida di domani pomeriggio al vecchio “Rastrello” di Siena. La sfida nella sfida è quella dei tre ex genoani che, insieme col romeno Codrea, militano oggi tra le fila dei bianconeri toscani di Mario Beretta.
Dei tre, il passato è Daniele Portanova; il suo ricordo riaffiora lontano, nient’affatto piacevole. La parentesi rossoblù del trentenne difensore romano - diffidato, ammonito contro la Lazio e perciò squalificato - è datato 1998. Era un Genoa d’azzardo quello. Era il Genoa di Scerni&Mauro, del diesse Rosati, del gruppo-Fermana, dei giovani di - sole - belle speranze. Uno di questi, l’aitante Daniele, conquistò fin da subito la fiducia di Bepi Pillon. Si spiegano con la stima dell’allenatore di Preganziol le 8 presenze da titolare tra Serie B e Coppa Italia in avvio stagionale, presenze che divennero più rade con l’esonero dello stesso Pillon a vantaggio di Gigi Cagni. Col baffuto mister bresciano, la vita genovese del baby Portanova si fece più dura al punto da permettergli di disputare poco meno di cinque minuti nel prosieguo di campionato, prima di partire alla volta di Avellino e non fare mai ritorno.
Manuel Coppola è invece il presente. Presente perché genoano sino lo scorso gennaio e ancora tutto genoano; prosaico perché mediano materialistico, concreto e pragmatico; ateo perché in aperto contrasto con l’ortodossia gasperiniana. Un’ottantina di partite tra A, B e C1 onorando la divisa rossoblù e combattendo per la causa del Genoa, scudiero del centrocampo di due promozioni consecutive: il cuore e il piglio del rasato Manuel erano, sono quelli da Grifo. La Nord, d’altronde, stravedeva, anzi, stravede tuttora per lui. Gian Piero Gasperini, dopo l’ultima strepitosa annata cadetta, un po’ meno. Preferendogli ora Juric ora Paro, ora Milanetto ora Konko, il tecnico di Grugliasco aveva infatti messo il romanaccio col 5 sulla schiena ai margini, nel dimenticatoio delle comode poltrone della panchina o della Tribuna d’onore di Marassi. Scavalcato nelle gerarchie della linea mediana da tutti i pari ruolo, di comune accordo con la società, Coppola finì così nella terra del Palio, in comproprietà, proprio come Forestieri qualche tempo prima.
Poesia, attese, speranze, possibilità, casualità: Fernando Martin Forestieri, il futuro. Son senza sole le strade di Rosario dove, come Ernesto Che Guevara, El Topa vide la luce il 16 gennaio del 1990. Topa, deriva da topador, scavatrice in spagnolo, nomignolo attribuitogli per via della sua notevole forza fisica a dispetto di una corporatura minuta che lo accompagna da sempre. Lo accompagna da quando, bimbo prodigio, venne preso nella cantera santafesina del Newell’s Old Boys: il piccolo Fernando, di ruolo trequartista, il pallone lo accarezzava già come fanno i fenomeni, e il Boca, che di fenomeni se ne intende, non ci mise molto ad accaparrarselo. I Xeneizes se lo portarono a Baires con l’augurio di farne un pilastro dell’avvenire gialloblù; glielo strappò invece Enrico Preziosi, in seguito a un lungo braccio di ferro, a cavallo tra il 2005 e il 2006. A sedici anni e due giorni, Forestieri sbarcò al “Signorini” di Pegli. E, al Genoa, cominciò a stupire. Subito adottato dalla tifoseria, nel gennaio 2007, il fantasista italo-argentino bagnò con un inutile centro all’“Adriatico” di Pescara l’esordio in prima squadra; un mese più tardi, fece le fortune della Primavera di Torrente vincitrice del Viareggio. Poi, più nulla. D’estate, come un fulmine a ciel sereno, l’improvviso distacco. Addio o arrivederci? Saprà risponderci il futuro, regno della poesia, delle attese, delle speranze, delle possibilità e della casualità.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 19 aprile 2008)
Dei tre, il passato è Daniele Portanova; il suo ricordo riaffiora lontano, nient’affatto piacevole. La parentesi rossoblù del trentenne difensore romano - diffidato, ammonito contro la Lazio e perciò squalificato - è datato 1998. Era un Genoa d’azzardo quello. Era il Genoa di Scerni&Mauro, del diesse Rosati, del gruppo-Fermana, dei giovani di - sole - belle speranze. Uno di questi, l’aitante Daniele, conquistò fin da subito la fiducia di Bepi Pillon. Si spiegano con la stima dell’allenatore di Preganziol le 8 presenze da titolare tra Serie B e Coppa Italia in avvio stagionale, presenze che divennero più rade con l’esonero dello stesso Pillon a vantaggio di Gigi Cagni. Col baffuto mister bresciano, la vita genovese del baby Portanova si fece più dura al punto da permettergli di disputare poco meno di cinque minuti nel prosieguo di campionato, prima di partire alla volta di Avellino e non fare mai ritorno.
Manuel Coppola è invece il presente. Presente perché genoano sino lo scorso gennaio e ancora tutto genoano; prosaico perché mediano materialistico, concreto e pragmatico; ateo perché in aperto contrasto con l’ortodossia gasperiniana. Un’ottantina di partite tra A, B e C1 onorando la divisa rossoblù e combattendo per la causa del Genoa, scudiero del centrocampo di due promozioni consecutive: il cuore e il piglio del rasato Manuel erano, sono quelli da Grifo. La Nord, d’altronde, stravedeva, anzi, stravede tuttora per lui. Gian Piero Gasperini, dopo l’ultima strepitosa annata cadetta, un po’ meno. Preferendogli ora Juric ora Paro, ora Milanetto ora Konko, il tecnico di Grugliasco aveva infatti messo il romanaccio col 5 sulla schiena ai margini, nel dimenticatoio delle comode poltrone della panchina o della Tribuna d’onore di Marassi. Scavalcato nelle gerarchie della linea mediana da tutti i pari ruolo, di comune accordo con la società, Coppola finì così nella terra del Palio, in comproprietà, proprio come Forestieri qualche tempo prima.
Poesia, attese, speranze, possibilità, casualità: Fernando Martin Forestieri, il futuro. Son senza sole le strade di Rosario dove, come Ernesto Che Guevara, El Topa vide la luce il 16 gennaio del 1990. Topa, deriva da topador, scavatrice in spagnolo, nomignolo attribuitogli per via della sua notevole forza fisica a dispetto di una corporatura minuta che lo accompagna da sempre. Lo accompagna da quando, bimbo prodigio, venne preso nella cantera santafesina del Newell’s Old Boys: il piccolo Fernando, di ruolo trequartista, il pallone lo accarezzava già come fanno i fenomeni, e il Boca, che di fenomeni se ne intende, non ci mise molto ad accaparrarselo. I Xeneizes se lo portarono a Baires con l’augurio di farne un pilastro dell’avvenire gialloblù; glielo strappò invece Enrico Preziosi, in seguito a un lungo braccio di ferro, a cavallo tra il 2005 e il 2006. A sedici anni e due giorni, Forestieri sbarcò al “Signorini” di Pegli. E, al Genoa, cominciò a stupire. Subito adottato dalla tifoseria, nel gennaio 2007, il fantasista italo-argentino bagnò con un inutile centro all’“Adriatico” di Pescara l’esordio in prima squadra; un mese più tardi, fece le fortune della Primavera di Torrente vincitrice del Viareggio. Poi, più nulla. D’estate, come un fulmine a ciel sereno, l’improvviso distacco. Addio o arrivederci? Saprà risponderci il futuro, regno della poesia, delle attese, delle speranze, delle possibilità e della casualità.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 19 aprile 2008)
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domenica 13 aprile 2008
Stellone, il "Barone" che oggi farà da spettatore
Il Principe e il Barone, che coppia ragazzi! Se pensate si tratti del promo del prossimo lungometraggio di Pieraccioni, magari in tandem con Ceccherini, vi sbagliate di grosso. Stiamo parlando di un duo che, oltre a far strabuzzare gli occhi di chi ha contratto il bacillo del tifo rossoblù, riuscì a riportare a suon di reti e giocate spettacolari, il Genoa in Serie A. 2004-05, i due in questione - avrete intuito - Diego Alberto Milito, il Principe, e Roberto Stellone, il Barone, ovvero 38 gol totali in una sola stagione; 21 il delantero di Baires, 17 il centravanti romano. Roba da record se si pensa che Pato Aguilera e Tomasone Skuhravy, nell’annus memorabilis ’90-91, ne segnarono 30, 15 a testa. Roba da mangiarsi le mani se si pensa che quel Grifone si ritrovò scaraventato in terza serie per illecito sportivo.
Di quella cavalcata finita in tragedia - sportiva e non -, Milito, rappresentò la certezza, una perentoria conferma dopo i 12 centri nello scorcio di campionato precedente; Stello, invece, si rivelò una piacevolissima sorpresa. Dopo gli alterni fasti di Napoli, il calvo ventisettenne ne veniva infatti da un anno più scuro che chiaro alla Reggina, un sacco di guai fisici e un periodo abbastanza ampio di appannamento. E, anche al principio dell’esperienza rossoblù, il Barone non diede segni di ripresa, tanto che finì per assistere da spettatore all’avvio stagionale: ai box in Coppa Italia con De Canio, titolare a Modena all’esordio in B e alla prima di Cosmi in panchina, fuori per i cinque turni successivi, dentro per qualche minuto contro Bari e Treviso, e ancora fuori contro Arezzo e Verona, Stellone tornò dal primo minuto solo contro l’Albinoleffe, all’undicesima giornata. Era il 30 ottobre 2004: cominciò lì la stagione dell’attaccante cresciuto nella Lodigiani di San Basilio. Cominciò con una doppietta ai minuti 11 e 68 per divenire la migliore, la più prolifica di sempre. Potente, fisico, elegante: come dimostrano i numeri, nel binomio d’alto lignaggio insieme col Principe, il Barone - finalmente, calvinianamente rampante - s’integrò alla perfezione. Con quella maglia numero 22, Stellone fece vere e proprio faville, rivelandosi fondamentale specialmente nel girone di ritorno - quando tolse parecchie castagne dal fuoco ad una squadra in debito d’ossigeno - segnando in tutti i modi e maniere e battendo il proprio record personale di marcature tra i professionisti.
Come visto, a fine anno, i gol furono addirittura 17 in 29 gare, un primato estemporaneo però, destinato - pare - a restare tale. In tre annate nel resuscitato Toro di Cairo, infatti, dove si rifugiò tre anni or sono in seguito al declassamento del Vecchio Balordo in Serie C, Stello ne ha segnati solo 14: 7 (2005-06), 4 (2006-07) e 3 (2007-08). Magro bottino per un centravanti delle sue potenzialità, bottino che la squalifica di questo pomeriggio non aiuterà di sicuro a migliorare.
Federico Berlingheri
Di quella cavalcata finita in tragedia - sportiva e non -, Milito, rappresentò la certezza, una perentoria conferma dopo i 12 centri nello scorcio di campionato precedente; Stello, invece, si rivelò una piacevolissima sorpresa. Dopo gli alterni fasti di Napoli, il calvo ventisettenne ne veniva infatti da un anno più scuro che chiaro alla Reggina, un sacco di guai fisici e un periodo abbastanza ampio di appannamento. E, anche al principio dell’esperienza rossoblù, il Barone non diede segni di ripresa, tanto che finì per assistere da spettatore all’avvio stagionale: ai box in Coppa Italia con De Canio, titolare a Modena all’esordio in B e alla prima di Cosmi in panchina, fuori per i cinque turni successivi, dentro per qualche minuto contro Bari e Treviso, e ancora fuori contro Arezzo e Verona, Stellone tornò dal primo minuto solo contro l’Albinoleffe, all’undicesima giornata. Era il 30 ottobre 2004: cominciò lì la stagione dell’attaccante cresciuto nella Lodigiani di San Basilio. Cominciò con una doppietta ai minuti 11 e 68 per divenire la migliore, la più prolifica di sempre. Potente, fisico, elegante: come dimostrano i numeri, nel binomio d’alto lignaggio insieme col Principe, il Barone - finalmente, calvinianamente rampante - s’integrò alla perfezione. Con quella maglia numero 22, Stellone fece vere e proprio faville, rivelandosi fondamentale specialmente nel girone di ritorno - quando tolse parecchie castagne dal fuoco ad una squadra in debito d’ossigeno - segnando in tutti i modi e maniere e battendo il proprio record personale di marcature tra i professionisti.
Come visto, a fine anno, i gol furono addirittura 17 in 29 gare, un primato estemporaneo però, destinato - pare - a restare tale. In tre annate nel resuscitato Toro di Cairo, infatti, dove si rifugiò tre anni or sono in seguito al declassamento del Vecchio Balordo in Serie C, Stello ne ha segnati solo 14: 7 (2005-06), 4 (2006-07) e 3 (2007-08). Magro bottino per un centravanti delle sue potenzialità, bottino che la squalifica di questo pomeriggio non aiuterà di sicuro a migliorare.
Federico Berlingheri
(Goal.com, 13 aprile 2008)
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mercoledì 9 aprile 2008
La seconda giovinezza di "Nick Piede Caldo"
Lo chiamavano Nick Dinamite. O meglio ancora Nick Piede Caldo. Soprannomi, nomignoli da spaghetti-western più che da campi di calcio. Eppure Nicola Amoruso da Cerignola o da San Giovanni Rotondo che dir si voglia - l'incertezza sul luogo di nascita contribuisce ad aggiungergli quel non so che da misterioso gringo -, anziché frequentare saloon, trangugiare alcol o sfidare a duello qualche pistolero messicano, ha sempre avuto un altro vizio: il gol in canna. Sui campetti della provincia foggiana, con la divisa del Trinitapoli, o al Nord, con la maglia blucerchiata della Primavera della Sampdoria, poco cambiava; la caratteristica peculiare del longilineo e tecnico centravanti restava la stessa. Reti a grappoli. Erano i primi anni '90. Nicola, moretto ricciolino classe 1974, poco più che un ragazzino.
In Liguria, dalle giovanili - in cui spopolava in coppia con un altro “bimbo d'oro”, Claudio Bellucci -, il successivo passo alla prima squadra fu abbastanza breve. L'allora direttore tecnico Sven-Göran Eriksson lo inserì in pianta stabile nella rosa che, trascinata da uno stratosferico Ruud Gullit, si classificò al terzo posto a fine stagione '93-94 e conquistò l'ultima Coppa Italia, la quarta. Ma andiamo con ordine. Andiamo al 12 dicembre di quell'anno sportivo, quando Amoruso si tolse la soddisfazione di esordire in Serie A, alla tenera età di diciannove anni da poco compiuti.
A spalancargli le porte della massima serie fu un infortunio dello sfortunatissimo Mauro Bertarelli, che indusse il mister di Torsby a gettarlo nella mischia al minuto 22 del primo tempo di Inter-Sampdoria, nel sontuoso palcoscenico di San Siro. Una “prima” alla Scala del calcio non è da tutti. Peccato, però, che quel 3-0 che il Doria subì sotto i colpi inferti da Battistini, Jugovic (autorete) e Bergkamp guastò la festa al giovane debuttante. La prima autentica cartuccia non tardò comunque ad essere sparata. Partì dal piede destro qualche tempo più tardi, il 6 febbraio '94, alla quarta presenza di Nick tra i “grandi”: subentrato nella ripresa a Lombardo, la punta pugliese pose il sigillo sul definito 6-2 col quale i blucerchiati surclassarono a Marassi l'Udinese. Poi, il bis siglato il 17 aprile ancora tra le mura amiche del “Ferraris” contro l'Inter ed il tris firmato una settimana dopo a Reggio Emilia portarono il bottino di Amoruso a 3 gol in 8 gettoni. Niente male per un baby esordiente, autore più che altro di scampoli, spezzoni di partita.
L'età gli sorrideva; la critica pure. I tifosi già stravedevano per lui, il ragazzo semplice, educato, dalla faccia pulita, dalle gambe lunghe e gracili, il bomber del futuro. La società, guidata dal neo-presidente Enrico Mantovani, decise di mandarlo a farsi le ossa in B, prestandolo alla Fidelis Andria. Stagione '94-95. Si diceva nemo profeta in patria. Fandonie. Il ritorno nel Tacco d'Italia, alla terra d'origine, coincise con un'annata assai prolifica: 34 presenze e 15 centri catalizzarono su Nicola le attenzioni dei maggiori club d'Europa intera. L'anno dopo, a ventuno anni, fu così Serie A, la grande occasione, da titolare, nel Padova, squadra che ne aveva rilevato la comproprietà nell'operazione di mercato che aveva vestito di blucerchiato Balleri, Maniero e Franceschetti. E quello, per Amoruso, fu anche l'anno della definitiva consacrazione da cecchino d'area di rigore, visto che sfondò nuovamente la soglia della doppia-cifra, colpendo in ben 14 occasioni.
Sampdoria e Padova si ritrovarono così a fine campionato con in mano una metà del cartellino ciascuna. Non si accordarono. Si andò alle buste e, a quel punto, si intromise nelle trattative la Juventus, la quale riuscì - caso strano - nell'intento di portarlo subito a Torino, a titolo definitivo. Tra i rimpianti di molti, il Doria lo perse per sempre, ma Nick Piede Caldo, in bianconero - oltre a vincere di tutto - finì più che altro a scaldare le panchine di mezza Europa. E si perse a sua volta. Da golden-boy emergente si tramutò prima in punta di scorta e poi, a partire dall'estate del '99, in un vero e proprio zingaro del pallone italico. Abbandonata la Vecchia Signora, assicurò, nell'ordine, i propri servigi a Perugia, Napoli, ancora Juve, ancora Perugia, Como, Modena e Messina, prima di finire, due estati fa, alla Reggina. Sulla sponda calabra dello Stretto, a quasi trentaquattro anni, rigenerato la scorsa stagione dalla cura-Mazzarri, Amoruso sta vivendo una seconda giovinezza. Segnando ancora parecchio -ma un po' meno rispetto all'ultimo sensazionale campionato -, tornando implacabile bomber, vecchio condor dell'area di rigore, spietato sottoporta come un vero pistolero.
Federico Berlingheri
(Goal.com, 9 aprile 2008)
In Liguria, dalle giovanili - in cui spopolava in coppia con un altro “bimbo d'oro”, Claudio Bellucci -, il successivo passo alla prima squadra fu abbastanza breve. L'allora direttore tecnico Sven-Göran Eriksson lo inserì in pianta stabile nella rosa che, trascinata da uno stratosferico Ruud Gullit, si classificò al terzo posto a fine stagione '93-94 e conquistò l'ultima Coppa Italia, la quarta. Ma andiamo con ordine. Andiamo al 12 dicembre di quell'anno sportivo, quando Amoruso si tolse la soddisfazione di esordire in Serie A, alla tenera età di diciannove anni da poco compiuti.
A spalancargli le porte della massima serie fu un infortunio dello sfortunatissimo Mauro Bertarelli, che indusse il mister di Torsby a gettarlo nella mischia al minuto 22 del primo tempo di Inter-Sampdoria, nel sontuoso palcoscenico di San Siro. Una “prima” alla Scala del calcio non è da tutti. Peccato, però, che quel 3-0 che il Doria subì sotto i colpi inferti da Battistini, Jugovic (autorete) e Bergkamp guastò la festa al giovane debuttante. La prima autentica cartuccia non tardò comunque ad essere sparata. Partì dal piede destro qualche tempo più tardi, il 6 febbraio '94, alla quarta presenza di Nick tra i “grandi”: subentrato nella ripresa a Lombardo, la punta pugliese pose il sigillo sul definito 6-2 col quale i blucerchiati surclassarono a Marassi l'Udinese. Poi, il bis siglato il 17 aprile ancora tra le mura amiche del “Ferraris” contro l'Inter ed il tris firmato una settimana dopo a Reggio Emilia portarono il bottino di Amoruso a 3 gol in 8 gettoni. Niente male per un baby esordiente, autore più che altro di scampoli, spezzoni di partita.
L'età gli sorrideva; la critica pure. I tifosi già stravedevano per lui, il ragazzo semplice, educato, dalla faccia pulita, dalle gambe lunghe e gracili, il bomber del futuro. La società, guidata dal neo-presidente Enrico Mantovani, decise di mandarlo a farsi le ossa in B, prestandolo alla Fidelis Andria. Stagione '94-95. Si diceva nemo profeta in patria. Fandonie. Il ritorno nel Tacco d'Italia, alla terra d'origine, coincise con un'annata assai prolifica: 34 presenze e 15 centri catalizzarono su Nicola le attenzioni dei maggiori club d'Europa intera. L'anno dopo, a ventuno anni, fu così Serie A, la grande occasione, da titolare, nel Padova, squadra che ne aveva rilevato la comproprietà nell'operazione di mercato che aveva vestito di blucerchiato Balleri, Maniero e Franceschetti. E quello, per Amoruso, fu anche l'anno della definitiva consacrazione da cecchino d'area di rigore, visto che sfondò nuovamente la soglia della doppia-cifra, colpendo in ben 14 occasioni.
Sampdoria e Padova si ritrovarono così a fine campionato con in mano una metà del cartellino ciascuna. Non si accordarono. Si andò alle buste e, a quel punto, si intromise nelle trattative la Juventus, la quale riuscì - caso strano - nell'intento di portarlo subito a Torino, a titolo definitivo. Tra i rimpianti di molti, il Doria lo perse per sempre, ma Nick Piede Caldo, in bianconero - oltre a vincere di tutto - finì più che altro a scaldare le panchine di mezza Europa. E si perse a sua volta. Da golden-boy emergente si tramutò prima in punta di scorta e poi, a partire dall'estate del '99, in un vero e proprio zingaro del pallone italico. Abbandonata la Vecchia Signora, assicurò, nell'ordine, i propri servigi a Perugia, Napoli, ancora Juve, ancora Perugia, Como, Modena e Messina, prima di finire, due estati fa, alla Reggina. Sulla sponda calabra dello Stretto, a quasi trentaquattro anni, rigenerato la scorsa stagione dalla cura-Mazzarri, Amoruso sta vivendo una seconda giovinezza. Segnando ancora parecchio -ma un po' meno rispetto all'ultimo sensazionale campionato -, tornando implacabile bomber, vecchio condor dell'area di rigore, spietato sottoporta come un vero pistolero.
Federico Berlingheri
(Goal.com, 9 aprile 2008)
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giovedì 3 aprile 2008
Tra le conquiste di Ferrari non c'è il Grifone
Aida Yespica, Caterina Balivo, Anna Falchi, Debora Salvalaggio. Tra fidanzamenti ufficiali e presunti flirt clandestini, il romanista Matteo Ferrari è un tipo che di conquiste se ne intende. Non conquistò il Genoa, invece, nell’ormai lontano e assai anonimo campionato di B 1997-98. Ad onor del vero, quando sbarcò in rossoblù nel novembre ’97, l’eclettico difensore scuola-Spal aveva appena diciotto anni e nessuna esperienza tra i professionisti: difficile, se non impossibile, imporsi in un ambiente nuovo con un pedigree del genere, fatto di sole giovanili spalline e interiste. Ci riuscì Mohamed Mimmo Kallon, suo coetaneo, come lui prestato dal sodalizio morattiano; non il mulatto Matteo, figlio di un tecnico petrolifero ferrarese e di una guineana, nato in Algeria, ma diventato grande nella terra d’origine del padre.
Claudio Maselli, che aveva da qualche tempo preso il posto di Gaetano Salvemini, lo fece esordire il 30 novembre: a Marassi, Genoa-Monza finì 5-1 e Ferrari debuttò in cadetteria subentrando proprio a Kallon al minuto 92. Da quel momento, il giovane centrale fece la spola tra panca e tribuna, per tornare in campo, finalmente da titolare, addirittura l’8 e il 14 giugno ’98. Ci pensò Tarcisio Burgnich, nel frattempo subentrato a Maselli, a gettarlo ancora nella mischia nel doppio epilogo di campionato contro Ravenna e Padova. Tirate le somme a fine stagione, il patron Scerni e il presidente Mauro non opposero resistenza ad un suo ritorno alla casa-madre Inter, società da cui Ferrari (ri)partì alla volta di Lecce e di altre conquiste, sul prato verde e - soprattutto - fuori.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 3 aprile 2008)
Claudio Maselli, che aveva da qualche tempo preso il posto di Gaetano Salvemini, lo fece esordire il 30 novembre: a Marassi, Genoa-Monza finì 5-1 e Ferrari debuttò in cadetteria subentrando proprio a Kallon al minuto 92. Da quel momento, il giovane centrale fece la spola tra panca e tribuna, per tornare in campo, finalmente da titolare, addirittura l’8 e il 14 giugno ’98. Ci pensò Tarcisio Burgnich, nel frattempo subentrato a Maselli, a gettarlo ancora nella mischia nel doppio epilogo di campionato contro Ravenna e Padova. Tirate le somme a fine stagione, il patron Scerni e il presidente Mauro non opposero resistenza ad un suo ritorno alla casa-madre Inter, società da cui Ferrari (ri)partì alla volta di Lecce e di altre conquiste, sul prato verde e - soprattutto - fuori.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 3 aprile 2008)
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domenica 30 marzo 2008
Campagnolo e Makinwa nel valzer degli ex
Scarpi, De Rosa, Ale Lucarelli, Leon, Borriello. Una squadra, questa, che a calcio a cinque farebbe sfracelli; una squadra, questa, composta da soli genoani i quali, in un passato più o meno lontano, hanno indossato la maglia amaranto della Reggina. Se, come visto, da una parte la schiera di ex è particolarmente nutrita, anche dall’altra non si scherza: Ciccio Cozza, Maurizio Lanzaro, Andrea Campagnolo e Ayodele Stephen Makinwa torneranno a Marassi dopo essere transitati, senza troppe fortune, in rossoblù. Se del primo, Cozza, si è già parlato all’andata e del secondo, Lanzaro - altro fugace migrante di un Genoa 2005-06 mai visto in gare ufficiali -, c’è ben poco da dire, per gli ultimi due va spesa qualche parola in più.
Poche - ad onor del vero - per il portiere, vicentino di Rosà, acquistato dal Grifone di Scerni nell’estate del 2000. Dopo due anni da terzo alla Roma, alle spalle di Konsel e Chimenti prima, di Antonioli e Lupatelli poi, Campagnolo, arrivò, secondo i piani di mister Bolchi, per fare il dodicesimo dell’esperto Fabrizio Lorieri. Così fu. E, malgrado l’esonero di Maciste intorno ai primi d’ottobre, i suoi successori, le coppie Carboni-Magni e Scoglio-Onofri, non mutarono le scelte tra i pali. Ci pensò invece Edy Reja, subentrato nella stagione successiva allo stesso Professore e all’ex capitano ’70-80, a ribaltare le gerarchie in porta; ma solo per quattro settimane. L’odierno reggino Andrea esordì in rossoblù il 3 febbraio 2002 (sconfitta a Como per 2-1), sotto la Nord la domenica successiva (Genoa-Siena 1-1), e, dopo essere rimasto imbattuto nelle trasferta di Messina (0-0), disputò la quarta e ultima partita col Grifo il 24 febbraio. Genoa-Ternana finì con un pesante 0-2 e lì, stante pure il ritorno di Onofri al timone della squadra, si concluse la breve parentesi genoana di Campagnolo, ceduto a fine anno al Vicenza.
Nello scorcio di campionato 2004-05, al giovane nigeriano Makinwa, venne data invece qualche occasione in più. Le sue fiches, l’attaccante di Lagos, se le giocò nel migliore dei modi. Era dal 2001 che il presidente Preziosi l’aveva inserito nella propria orbita, acquistandolo in comproprietà dalla Reggiana (che lo aveva portato in Italia non ancora maggiorenne). Ma l’ancor tenera età e la scarsa esperienza fecero di Makinwa una sorta di pacco postale: a Como nel 2001-02, spedito di nuovo a Reggio Emilia nel 2003-04, tornato in riva al Lario nel 2003-04 e mandato a Modena nel gennaio 2004. Al termine dell’esperienza emiliana, il Joker, divenuto nel frattempo proprietario del Genoa, lo volle fortemente aggregare alla corte di De Canio. Fatto fuori il tecnico lucano al termine di una Coppa Italia semi-disastrosa - in cui il numero 26 andò comunque a segno contro l’Empoli -, Serse Cosmi, nonostante avesse a disposizione un parco punte di altissimo lignaggio - il Principe Milito, il Barone Stellone e Nicola Caccia -, puntò forte su quel gioiellino d’ebano classe '83. Lo schierò sì titolare in sole 5 circostanze sulle 18 complessive, ma fu ugualmente ripagato: 6 reti - due delle quali decisive contro Treviso e Arezzo -, una rapidità incredibile e un fisico invidiabile. Makinwa impressionò - positivamente - tutti, pubblico e addetti ai lavori. Si capisce pertanto perché il tecnico perugino, nel gennaio 2005, si oppose in maniera categorica ad una sua cessione - in comproprietà - all’Atalanta, cessione che, ufficializzata, minò irreversibilmente i già difficili rapporti tra lo stesso Cosmi e il presidente Preziosi e separò, in via definitiva, le strade del Grifone e del mai più decisivo talento nigeriano, passato poi al Palermo, alla Lazio e, due mesi or sono, proprio alla Reggina.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 30 marzo 2008)
Poche - ad onor del vero - per il portiere, vicentino di Rosà, acquistato dal Grifone di Scerni nell’estate del 2000. Dopo due anni da terzo alla Roma, alle spalle di Konsel e Chimenti prima, di Antonioli e Lupatelli poi, Campagnolo, arrivò, secondo i piani di mister Bolchi, per fare il dodicesimo dell’esperto Fabrizio Lorieri. Così fu. E, malgrado l’esonero di Maciste intorno ai primi d’ottobre, i suoi successori, le coppie Carboni-Magni e Scoglio-Onofri, non mutarono le scelte tra i pali. Ci pensò invece Edy Reja, subentrato nella stagione successiva allo stesso Professore e all’ex capitano ’70-80, a ribaltare le gerarchie in porta; ma solo per quattro settimane. L’odierno reggino Andrea esordì in rossoblù il 3 febbraio 2002 (sconfitta a Como per 2-1), sotto la Nord la domenica successiva (Genoa-Siena 1-1), e, dopo essere rimasto imbattuto nelle trasferta di Messina (0-0), disputò la quarta e ultima partita col Grifo il 24 febbraio. Genoa-Ternana finì con un pesante 0-2 e lì, stante pure il ritorno di Onofri al timone della squadra, si concluse la breve parentesi genoana di Campagnolo, ceduto a fine anno al Vicenza.
Nello scorcio di campionato 2004-05, al giovane nigeriano Makinwa, venne data invece qualche occasione in più. Le sue fiches, l’attaccante di Lagos, se le giocò nel migliore dei modi. Era dal 2001 che il presidente Preziosi l’aveva inserito nella propria orbita, acquistandolo in comproprietà dalla Reggiana (che lo aveva portato in Italia non ancora maggiorenne). Ma l’ancor tenera età e la scarsa esperienza fecero di Makinwa una sorta di pacco postale: a Como nel 2001-02, spedito di nuovo a Reggio Emilia nel 2003-04, tornato in riva al Lario nel 2003-04 e mandato a Modena nel gennaio 2004. Al termine dell’esperienza emiliana, il Joker, divenuto nel frattempo proprietario del Genoa, lo volle fortemente aggregare alla corte di De Canio. Fatto fuori il tecnico lucano al termine di una Coppa Italia semi-disastrosa - in cui il numero 26 andò comunque a segno contro l’Empoli -, Serse Cosmi, nonostante avesse a disposizione un parco punte di altissimo lignaggio - il Principe Milito, il Barone Stellone e Nicola Caccia -, puntò forte su quel gioiellino d’ebano classe '83. Lo schierò sì titolare in sole 5 circostanze sulle 18 complessive, ma fu ugualmente ripagato: 6 reti - due delle quali decisive contro Treviso e Arezzo -, una rapidità incredibile e un fisico invidiabile. Makinwa impressionò - positivamente - tutti, pubblico e addetti ai lavori. Si capisce pertanto perché il tecnico perugino, nel gennaio 2005, si oppose in maniera categorica ad una sua cessione - in comproprietà - all’Atalanta, cessione che, ufficializzata, minò irreversibilmente i già difficili rapporti tra lo stesso Cosmi e il presidente Preziosi e separò, in via definitiva, le strade del Grifone e del mai più decisivo talento nigeriano, passato poi al Palermo, alla Lazio e, due mesi or sono, proprio alla Reggina.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 30 marzo 2008)
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C'eravamo tanto amati
giovedì 27 marzo 2008
Antonini e Abate, due che "Monzon" bocciò
Nel calcio, la fiducia dell’ambiente e dell’allenatore in particolare costituiscono pilastri fondamentali su cui si poggia qualunque calciatore. Il sentirsi importante, l’essere tenuto in considerazione condizionano non solo le prestazioni, il rendimento di un’intera stagione, ma addirittura la carriera anche di grandi campioni. Figuriamoci come si rivelò difficile per due sbarbatelli come lo erano gli odierni empolesi Antonini e Abate sbarcare alla Sampdoria e non avere quasi mai una chance per mettersi in mostra. Merito - si fa per dire - di Walter Novellino, non proprio un avanguardista in tema di lanciare giovani.
Nato il 4 agosto dell’82, un Antonini non ancora ventunenne venne acquistato, nel giugno 2003, in compartecipazione dal Milan. Il longilineo e pimpante centrocampista esterno - destro o sinistro faceva, e fa ancora, poca differenza -, promessa di scuola rossonera e reduce da una discreta stagione cadetta nell’Ancona di Gigi Simoni, fu il primo acquisto ufficiale del Doria nuovamente in massima serie dopo quattro, lunghi anni d’assenza. Oltre al meneghino Luca, però, col passare dei giorni, quella campagna rafforzamenti fasciò di blucerchiato un quartetto di potenziali pari ruolo: Aimo Diana, Cristian Zenoni, Cristiano Doni e, a gennaio, Biagio Pagano andarono così a rimpinguare le corsie laterali di metà campo già coperte con Ciccio Pedone, Gile Zivkovic e Fabian Valtolina. Si capisce perché, a giochi fatti, le presenze racimolate dal pur duttile Antonini in campionato furono soltanto 3 (esordio a Perugia, la notte di Santa Lucia del 2003, nel rovesciata-day di Francesco Flachi), 4 invece (con un gol, un po’ fortunoso, segnato alla Pro Patria) quelle in Coppa Italia. Zero fiducia, poco campo, tanta panca: questo, in soldoni, il bilancio dell’ex numero 82 doriano, mandato in prestito a Modena (2004), Pescara (gennaio 2005), Arezzo (2005-06) e infine a Siena (2006-07), prima di essere rispedito, la scorsa estate, al mittente Milan, che, a sua volta, lo cedette all’Empoli.
Percorso simile, da Milanello a Monteboro (centro sportivo empolese), passando per Bogliasco, toccò anche ad Ignazio Abate, la più fugace meteora dell’epoca garroniana. Da prestito milanista, il figlio di Beniamino, ex portiere di Inter e Cagliari, raggiunse il ritiro dolomitico di Moena il 20 luglio del 2005. Classe 1986, quando s’aggregò alla truppa di Novellino, smaniosa di esordire in Coppa Uefa, non aveva ancora compiuto diciannove anni. Gel in testa, polo gialla indosso, neanche il tempo di presentarsi in conferenza stampa al “Benatti” che la bionda e rapida ala destra di Sant’Agata de’ Goti, provincia di Benevento, scese in campo contro i Monti Pallidi. Segnò due gol: nel 15-0 finale contarono ben poco. Le seguenti amichevoli agostane (a Lisbona con lo Sporting, in casa del Chiasso e del Legnano e al “Mugnaini” con la Sammargheritese) non entusiasmarono né convinsero Monzon. Troppo acerbo, il ragazzo, nonostante il curriculum parlasse già di presenze fisse nelle Nazionali giovanili e 32 gettoni (e due reti) in C1 con la maglia del Napoli. E così, il 31 agosto, giorno di chiusura del calciomercato estivo, allorché capitò l’occasione di riportare per la terza volta nel giro di tre anni Gasbarroni in blucerchiato, Beppe Marotta non ci pensò due volte: senza neanche il tempo di disputare un incontro ufficiale, al giovane Abate fu dato il via libera per Piacenza, biglietto di sola andata.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 27 marzo 2008)
Nato il 4 agosto dell’82, un Antonini non ancora ventunenne venne acquistato, nel giugno 2003, in compartecipazione dal Milan. Il longilineo e pimpante centrocampista esterno - destro o sinistro faceva, e fa ancora, poca differenza -, promessa di scuola rossonera e reduce da una discreta stagione cadetta nell’Ancona di Gigi Simoni, fu il primo acquisto ufficiale del Doria nuovamente in massima serie dopo quattro, lunghi anni d’assenza. Oltre al meneghino Luca, però, col passare dei giorni, quella campagna rafforzamenti fasciò di blucerchiato un quartetto di potenziali pari ruolo: Aimo Diana, Cristian Zenoni, Cristiano Doni e, a gennaio, Biagio Pagano andarono così a rimpinguare le corsie laterali di metà campo già coperte con Ciccio Pedone, Gile Zivkovic e Fabian Valtolina. Si capisce perché, a giochi fatti, le presenze racimolate dal pur duttile Antonini in campionato furono soltanto 3 (esordio a Perugia, la notte di Santa Lucia del 2003, nel rovesciata-day di Francesco Flachi), 4 invece (con un gol, un po’ fortunoso, segnato alla Pro Patria) quelle in Coppa Italia. Zero fiducia, poco campo, tanta panca: questo, in soldoni, il bilancio dell’ex numero 82 doriano, mandato in prestito a Modena (2004), Pescara (gennaio 2005), Arezzo (2005-06) e infine a Siena (2006-07), prima di essere rispedito, la scorsa estate, al mittente Milan, che, a sua volta, lo cedette all’Empoli.
Percorso simile, da Milanello a Monteboro (centro sportivo empolese), passando per Bogliasco, toccò anche ad Ignazio Abate, la più fugace meteora dell’epoca garroniana. Da prestito milanista, il figlio di Beniamino, ex portiere di Inter e Cagliari, raggiunse il ritiro dolomitico di Moena il 20 luglio del 2005. Classe 1986, quando s’aggregò alla truppa di Novellino, smaniosa di esordire in Coppa Uefa, non aveva ancora compiuto diciannove anni. Gel in testa, polo gialla indosso, neanche il tempo di presentarsi in conferenza stampa al “Benatti” che la bionda e rapida ala destra di Sant’Agata de’ Goti, provincia di Benevento, scese in campo contro i Monti Pallidi. Segnò due gol: nel 15-0 finale contarono ben poco. Le seguenti amichevoli agostane (a Lisbona con lo Sporting, in casa del Chiasso e del Legnano e al “Mugnaini” con la Sammargheritese) non entusiasmarono né convinsero Monzon. Troppo acerbo, il ragazzo, nonostante il curriculum parlasse già di presenze fisse nelle Nazionali giovanili e 32 gettoni (e due reti) in C1 con la maglia del Napoli. E così, il 31 agosto, giorno di chiusura del calciomercato estivo, allorché capitò l’occasione di riportare per la terza volta nel giro di tre anni Gasbarroni in blucerchiato, Beppe Marotta non ci pensò due volte: senza neanche il tempo di disputare un incontro ufficiale, al giovane Abate fu dato il via libera per Piacenza, biglietto di sola andata.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 27 marzo 2008)
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sabato 22 marzo 2008
La vitaccia del "Pretino" di Castelfranco
Di quel suo Genoa fantasma, in queste pagine, se ne è già trattato in un sacco di occasioni. Di lui, però, non ancora, e la sfida di questo pomeriggio al “Renzo Barbera” sembrerebbe - Zamparini permettendo… - l’occasione giusta per farlo. Palermo contro Genoa significa anche, per la prima volta dalla terribile canicola dell’estate del 2005, Francesco Guidolin contro il suo passato, il suo pur breve passato rossoblù. Neanche due mesi di convivenza, per essere precisi.
Era il tardo pomeriggio del 22 giugno quando, in quel di Milano, il presidente Enrico Preziosi fece firmare al mister veneto, fresco fresco di sesto posto e storica qualificazione Uefa coi rosanero palermitani, un oneroso contratto biennale. L’ormai ex Serse Cosmi si era congedato da qualche ora dalla panchina rossoblù, mentre il Grifone, appena promosso in massima serie, si barcamenava già nell’occhio del ciclone per il fattaccio Genoa-Venezia. Non si curò troppo della situazione contingente, Guidolin: il giorno dopo la fumata bianca, passeggiava già per il centro sportivo di Pegli, al fianco dello stesso presidente e del diggì Capozucca. Al “Signorini” centinaia di tifosi ma, sugli spalti, non si respirava affatto un’atmosfera di festa.
Un Joker incazzato nero - parole sue - introdusse, in aperta polemica con Cosmi, il tecnico della scuderia Gea sottolineandone l’attitudine ad allenare soltanto i giocatori. Dipinto da molti come falso modesto, il Pretino di Castelfranco, dal canto suo, si presentò con l’etichetta di novello Bagnoli (mister che, all’Hellas Verona, lo formò come uomo e come calciatore) e, nonostante la pendente mazzata della giustizia sportiva, non poté che dichiararsi sereno in chiave futura. “Sono fiducioso - spiegò ai cronisti accorsi a Villa Rostan -; mi trovo qui perché ho ricevuto ampie assicurazioni dalla società”.
In questo senso, gli ingaggi di Christian Abbiati, Maurizio Lanzaro, Marjan Markovic, Alessandro Parisi, Diego De Ascentis ed Ezequiel Lavezzi, la permanenza del Principe Milito e l’imminente arrivo di André Oojier parlavano chiaro e sembravano costituire ulteriori, importanti garanzie. La mano pesante del Palazzo andò però a turbare ulteriormente il ritiro tirolese di Neustift. Era ormai metà luglio e s’incominciò a parlare di Serie C.
Guidolin, il suo staff e il nuovo gruppo genoano proseguirono la preparazione in val Stubai lontano dai processi, dai clamori della stampa e dai tumulti cittadini, ma qualcosa scricchiolava già. Nelle pagine dei quotidiani di quei giorni pochi schemi, tanta cronaca giudiziaria: sentenze, dibattimenti e ricorsi si rincorsero fino al funesto 20 di agosto. Il Genoa finiva definitivamente in terza serie; Francesco Guidolin, senza mai allenare una partita ufficiale, concludeva sconsolato la sua avventura alla guida del Vecchio Balordo e dava inizio ad una diaspora senza precedenti.
“È la vita” sussurrò nell’ultima intervista rilasciata col Grifo sul cuore. Vita, da quel momento in avanti, tutt’altro che tranquilla, che, in modo beffardo, tra esoneri e ritorni di fiamma, lo ha condotto sulla panchina del Palermo zampariniano in altre tre occasioni; vita che, oggi - rosanero forse per l’ultima volta - lo rimetterà di fronte al Genoa, casa sua per neanche tre mesi in quella movimentata estate 2005.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 22 marzo 2008)
Era il tardo pomeriggio del 22 giugno quando, in quel di Milano, il presidente Enrico Preziosi fece firmare al mister veneto, fresco fresco di sesto posto e storica qualificazione Uefa coi rosanero palermitani, un oneroso contratto biennale. L’ormai ex Serse Cosmi si era congedato da qualche ora dalla panchina rossoblù, mentre il Grifone, appena promosso in massima serie, si barcamenava già nell’occhio del ciclone per il fattaccio Genoa-Venezia. Non si curò troppo della situazione contingente, Guidolin: il giorno dopo la fumata bianca, passeggiava già per il centro sportivo di Pegli, al fianco dello stesso presidente e del diggì Capozucca. Al “Signorini” centinaia di tifosi ma, sugli spalti, non si respirava affatto un’atmosfera di festa.
Un Joker incazzato nero - parole sue - introdusse, in aperta polemica con Cosmi, il tecnico della scuderia Gea sottolineandone l’attitudine ad allenare soltanto i giocatori. Dipinto da molti come falso modesto, il Pretino di Castelfranco, dal canto suo, si presentò con l’etichetta di novello Bagnoli (mister che, all’Hellas Verona, lo formò come uomo e come calciatore) e, nonostante la pendente mazzata della giustizia sportiva, non poté che dichiararsi sereno in chiave futura. “Sono fiducioso - spiegò ai cronisti accorsi a Villa Rostan -; mi trovo qui perché ho ricevuto ampie assicurazioni dalla società”.
In questo senso, gli ingaggi di Christian Abbiati, Maurizio Lanzaro, Marjan Markovic, Alessandro Parisi, Diego De Ascentis ed Ezequiel Lavezzi, la permanenza del Principe Milito e l’imminente arrivo di André Oojier parlavano chiaro e sembravano costituire ulteriori, importanti garanzie. La mano pesante del Palazzo andò però a turbare ulteriormente il ritiro tirolese di Neustift. Era ormai metà luglio e s’incominciò a parlare di Serie C.
Guidolin, il suo staff e il nuovo gruppo genoano proseguirono la preparazione in val Stubai lontano dai processi, dai clamori della stampa e dai tumulti cittadini, ma qualcosa scricchiolava già. Nelle pagine dei quotidiani di quei giorni pochi schemi, tanta cronaca giudiziaria: sentenze, dibattimenti e ricorsi si rincorsero fino al funesto 20 di agosto. Il Genoa finiva definitivamente in terza serie; Francesco Guidolin, senza mai allenare una partita ufficiale, concludeva sconsolato la sua avventura alla guida del Vecchio Balordo e dava inizio ad una diaspora senza precedenti.
“È la vita” sussurrò nell’ultima intervista rilasciata col Grifo sul cuore. Vita, da quel momento in avanti, tutt’altro che tranquilla, che, in modo beffardo, tra esoneri e ritorni di fiamma, lo ha condotto sulla panchina del Palermo zampariniano in altre tre occasioni; vita che, oggi - rosanero forse per l’ultima volta - lo rimetterà di fronte al Genoa, casa sua per neanche tre mesi in quella movimentata estate 2005.
Federico Berlingheri
(Il Giornale, 22 marzo 2008)
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Giovanni Tedesco e le sue scelte del cuore
Sarà ricordato come il capitano della promozione negata. Sarà ricordato come il condottiero che non abbandonò il vascello che stava affondando nei torbidi mari della terza serie. Durò soltanto lo spazio di due anni la sua convivenza in rossoblù, ma al Genoa Giovanni Tedesco riuscì comunque ad entrare nei cuori della gente. Dal gennaio 2004 al gennaio 2006, 79 presenze e 9 gol, tanta corsa e dedizione, quantità abbinata a qualità. Il piccolo mediano palermitano era un tipo tosto, da Grifo, uno di quelli che si fanno in quattro per la squadra, uno di quelli che lottano e non mollano mai. Uno di quelli che il pubblico fa presto ad eleggere proprio beniamino.
Eppure, acquistato dopo cinque annate ad alti livelli, in massima serie, nel Perugia, l'ex leader e capitano degli umbri dei Gaucci faticò non poco ad inserirsi negli schemi dell'allora mister Gigi De Canio. Il Genoa navigava in brutte acque: servivano esperienza e carisma per tirarsi fuori dalle secche della zona retrocessione. Tedesco, immediatamente nominato capitano, diede sì il proprio autorevole contributo ma non decisivo come ci si aspettava.
Meglio, senza possibilità di smentita, la stagione successiva quando, saltato De Canio a fine agosto, sulla panchina del Grifone si sedette Serse Cosmi, suo maestro ai tempi di Perugia. Il ritrovato connubio, anche all'ombra della Lanterna, si rivelò felice - almeno fino alla caldissima estate del 2005 -; Giovanni conservò la fascia di capitano e, attivissimo factotum, prese per mano quel Genoa in rotta verso il Paradiso. Sette centri - memorabili quegli inserimenti senza palla sul secondo palo che non lasciavano scampo al portiere avversario - nei primi cinque mesi di campionato. Roba da record per un centrocampista.
Lo strepitoso girone d'andata su livelli stratosferici lasciò però campo ad un ritorno ai limiti della sufficienza: il rendimento del navigato numero 4, anche a causa di una condizione fisica non proprio invidiabile e qualche acciacco di troppo, andò di pari passo con quello della squadra, che arrivò spompata e scarica all'epilogo stagionale.
La Serie A, conquistata comunque l'11 giugno con il 3-2 sullo spacciato Venezia, svanì ufficialmente il 27 luglio. I ricorsi e gli appelli che si susseguirono nei mesi a venire risultarono vani. Il Genoa era in C1. Nel fuggi fuggi generale di Neustift, capitan Tedesco e Marco Rossi - che a gennaio ne raccolse l'eredità - scelsero la strada del cuore. Il mediano siculo restò l'anima di quel Grifone offeso e ferito fino a quando, proprio durante gli ultimi istanti della sessione invernale del calciomercato, si fece avanti l'amato Palermo di Zamparini, ancora in corsa in Coppa Uefa. Il richiamo di casa e dell'Europa divennero irresistibili. A quasi 34 anni suonati quell'interessamento rosanero si materializzò come un ultimo treno.
Così, tra le lacrime di Pegli, il piccolo condottiero partì. “Questione di cuore” si disse e si scrisse. E i genoani, che di cuori grandi così se ne intendono, loro malgrado compresero, ringraziandolo e augurandogli buona sorte.
Federico Berlingheri
(Goal.com, 21 marzo 2008)
Eppure, acquistato dopo cinque annate ad alti livelli, in massima serie, nel Perugia, l'ex leader e capitano degli umbri dei Gaucci faticò non poco ad inserirsi negli schemi dell'allora mister Gigi De Canio. Il Genoa navigava in brutte acque: servivano esperienza e carisma per tirarsi fuori dalle secche della zona retrocessione. Tedesco, immediatamente nominato capitano, diede sì il proprio autorevole contributo ma non decisivo come ci si aspettava.
Meglio, senza possibilità di smentita, la stagione successiva quando, saltato De Canio a fine agosto, sulla panchina del Grifone si sedette Serse Cosmi, suo maestro ai tempi di Perugia. Il ritrovato connubio, anche all'ombra della Lanterna, si rivelò felice - almeno fino alla caldissima estate del 2005 -; Giovanni conservò la fascia di capitano e, attivissimo factotum, prese per mano quel Genoa in rotta verso il Paradiso. Sette centri - memorabili quegli inserimenti senza palla sul secondo palo che non lasciavano scampo al portiere avversario - nei primi cinque mesi di campionato. Roba da record per un centrocampista.
Lo strepitoso girone d'andata su livelli stratosferici lasciò però campo ad un ritorno ai limiti della sufficienza: il rendimento del navigato numero 4, anche a causa di una condizione fisica non proprio invidiabile e qualche acciacco di troppo, andò di pari passo con quello della squadra, che arrivò spompata e scarica all'epilogo stagionale.
La Serie A, conquistata comunque l'11 giugno con il 3-2 sullo spacciato Venezia, svanì ufficialmente il 27 luglio. I ricorsi e gli appelli che si susseguirono nei mesi a venire risultarono vani. Il Genoa era in C1. Nel fuggi fuggi generale di Neustift, capitan Tedesco e Marco Rossi - che a gennaio ne raccolse l'eredità - scelsero la strada del cuore. Il mediano siculo restò l'anima di quel Grifone offeso e ferito fino a quando, proprio durante gli ultimi istanti della sessione invernale del calciomercato, si fece avanti l'amato Palermo di Zamparini, ancora in corsa in Coppa Uefa. Il richiamo di casa e dell'Europa divennero irresistibili. A quasi 34 anni suonati quell'interessamento rosanero si materializzò come un ultimo treno.
Così, tra le lacrime di Pegli, il piccolo condottiero partì. “Questione di cuore” si disse e si scrisse. E i genoani, che di cuori grandi così se ne intendono, loro malgrado compresero, ringraziandolo e augurandogli buona sorte.
Federico Berlingheri
(Goal.com, 21 marzo 2008)
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